Rapine e botte, banda di cinesi in cella
Quattro ordinanze di arresto per i malviventi che picchiavano e sequestravano vittime connazionali per depredarle
SAN POLO D’ENZA. L’assalto era quasi sempre notturno, o comunque a tarda ora. Le vittime venivano legate mani e piedi con delle fascette e imbavagliate con lo scotch. Poi, erano pugni, schiaffi, minacce a mano armata. Un’esplosione di violenza inaudita che andava avanti anche diverse ore. E che ha visto non di rado finire nel mirino donne e bambini.
Ma ora, la banda che ha terrorizzato il Nord Italia è stata sgominata, anche grazie al determinato lavoro dell’indagine denominata non a caso “Arancia meccanica” – come il film di Stanley Kubrick – dei carabinieri di San Polo guidata dal maresciallo Giovanni Tondo. A essere colpiti da un’ordinanza di custodia cautelare sono quattro cittadini di nazionalità cinese, residenti a Prato, in Toscana: Zecheng Wang 45 anni, Zhipeng Zou 48, Zhipeng Chen 26 e Janhui Sha 25.
Le indagini dei carabinieri sono iniziate dopo la brutale rapina del 14 settembre 2015 ai danni del titolare del bar Luna Sole di via Lenin a San Polo. L’uomo, anche lui cinese, venne sorpreso nel locale in chiusura, mentre era intento a fare le pulizie. In quattro, col volto incappucciato, lo avevano assalito, legato, picchiato ripetutamente fino a che erano riusciti a portare via le macchinette per giocare e il fondocassa: un bottino da 50mila euro.
Le indagini dei carabinieri potevano contare su pochi elementi: i banditi fuggirono con il disco fisso del sistema di video sorveglianza. Nessuna immagine, dunque, dei malviventi. «Ma un errore lo hanno fatto – ha spiegato il maresciallo Giovanni Tondo – hanno lasciato le bottiglie dalle quali hanno bevuto». Queste sono diventate reperti per il Ris di Parma e il Racis di Roma, da cui è stato possibile estrapolare il Dna dei malviventi.
Il resto dell’attività di indagine è stato un meticoloso, certosino ma determinatissimo lavoro su una mole grandissima di dati: i numeri di cellulari agganciati dalla cella telefonica nei pressi del bar di San Polo nel periodo della rapina. E un primo decisivo dato è emerso: l’individuazione di quattro utenze attivate a Prato e intestate a cittadini cinesi inesistenti. Due inoltre utilizzate solo in occasione della rapina. Il passo successivo è stato, osservando il traffico telefonico di quelle utenze, scoprire che una era stata agganciata da una cella di Rapallo, dove nello stesso periodo si era registrata una rapina molto simile. E poi, arrivare a un numero di targa registrato dalle telecamere di un varco pubblico, sempre a Rapallo.
Per la rapina nella città ligure sono state arrestate quattro persone. Il confronto del Dna ha permesso di scoprire che coincideva con quello isolato a San Polo, al bar. E’ stata la svolta delle indagini.
Sono sei le rapine di cui sono accusati i quattro – l’ordinanza è stata notificata in carcere – tutte in abitazioni, tranne quella al bar di San Polo: il 18 ottobre del 2012 e il 21 maggio 2013 a Prato, il 23 settembre 2013 a Campi Bisenzio (Firenze), il 3 ottobre 2014 a Calcinaia (Pisa), il 25 gennaio 2015 a Montelupo Fiorentino (Firenze). Ma sono accusati di un tentato furto anche a Noventa Vincentina (Vincenza). Le vittime sono sempre cinesi, della stessa regione di provenienza. «Non a caso – sottolinea il colonnello Antonino Buda, comandante provinciale – perché sapevano di poter contare sull’omertà. Nei cinesi, soprattutto i più anziani (perché le nuove generazioni sono già diverse), funziona che le cose si risolvono dentro la comunità. Un sistema che somiglia molto alle nostre mafie».
Complessivamente, il provento delle rapine si aggira sui 250mila euro. «Ma con loro, si sa come inizia una rapina ma non si sa come finiscono...» conclude il colonnello.
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