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"A Reggio succede poco". La finiamo?

Stefano Scansani
"A Reggio succede poco". La finiamo?

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“Vedrà che a Reggio succede poco. Tra aprile e settembre la città si anima, dico culturalmente. Poi, per il resto dell’anno, se ne va in letargo, dico culturalmente”. Questa cantilena è disarmante, e vivendo o nel mettere piede a Reggio Emilia per forza cresce la diffidenza. Pare che i reggiani ce la mettano tutta per disarmare ogni buona speranza di incontrare una città pulsante, intellettualmente focosa, consapevole di ciò che può esprimere. 
 
LAMENTAZIONE
Più o meno tutte le città di provincia - medie o piccole che siano - hanno una debolezza per la lamentazione, ma Reggio di più. Per cultura non faccio differenze fra quella bassa e quella alta, ma intendo la versione totale che produce ossigeno, dibattito, identità. Sistema culturale, dunque. Siccome la cultura - da Fotografia Europea alla sagra del salame - dipendono dalla politica, sono andato a vedere com’è amministrata, messa a fuoco o tagliata a fette. Ebbene, a una prima occhiata, nel capoluogo il governo della materia è tutto nelle mani del sindaco. E guai a chi la tocca. Luca Vecchi ha tenuto per se la delega con altri tre pezzi forti del potere in città. Nella ripartizione delle competenze l’egemonia del primo cittadino è evidente: sono in capo al sindaco la delega Cultura, Sport (Vecchi è un atleta), Coordinamento delle politiche per lo sviluppo economico. 
 
PEZZETTINI
Nella lettura delle deleghe assegnate agli otto assessori sono rintracciabili dei pezzi, dei brani, dei dettagli. Raffaella Curioni è assessora anche alla Conoscenza, ma collegata all’educazione scolastica. Serena Foracchia invece è responsabile di tre ambiti altisonanti: assessora alla Città Internazionale (i gemellaggi e relazioni), alla Promozione della Città (turismo), alla Città Interculturale (qui mi perdo).  A un’altra donna, spetta l'ultimo particolare, ancora più misterioso ma roboante: Natalia Maramotti è assessora a Sicurezza, Cultura della Legalità e Città Storica. Qui comincio davvero a smarrirmi, anzi, a convincermi, che il sindaco non ha ceduto una molecola della sostanza, ma solo un po' di formule. Lui è il plenipotenziario.
Anche in altre città il fenomeno del sindaco-assessore alla cultura è molto praticato. Fra i diversi motivi emerge puntualmente quello del primo cittadino che ben se ne guarda di delegare ad altri una straordinaria visibilità. Il capo della giunta, semmai di una città d’arte, non può immaginare di venire sovrastato da un suo assessore che, se bravo o più bravo, può anche evidenziarsi come “immagine” di quel municipio. 
 
GRANDI EVENTI
Quando invece l'assessore alla cultura esiste, il sindaco prevede per se la delega ai Grandi Eventi (con le iniziali maiuscole, per non sbagliare) così da mettere il cappello sulle mosse interne, esterne, importanti e internazionali del suo Comune: “La cultura sono io”. Se ci badate faccio apposta, continuo a ricorrere a frasi fatte che evocano personalità e personalismo. La prima è di richiamo borbonico (la cultura sono io), la precedente è napoleonica (guai a chi la tocca). Qualche ragione c'è.
 
ASSESSORI BANCOMAT
Vecchi ha ragione? Vecchi è un accentratore? In un dialogo telefonico il sindaco di Reggio ha osservato che ci sono assessori alla cultura "che fanno cose come fossero operatori culturali e in altri casi come fossero dei bancomat". L'immagine esibita da Vecchi è vera e preoccupante. Nel senso che la figura-tipo dell'assessore con questa delega rischia di sfuocarsi in quella dell’organizzatore o impresario pubblico di eventi, da una parte. E di datore di sostegni economici, più o meno a pioggia, dall'altra. 
 
AMBULATORIO
Nel gergo politico l’ambulatorio dell’assessore alla cultura è il più affollato. La sua anticamera è popolata di creativi, espositori, curatori, presidenti di Pro Loco, manager d'orchestra, produttori teatrali, direttori di gallerie, parroci storici dell'arte, writers, artisti di strada, coristi, chef, guide turistiche, editori e scrittori locali. Mi fermo.
Pare che Vecchi non tolleri questo tipo di sostentamento atomizzato accontenta-tutti (che una volta era sostanzioso per il gradimento politico e la propaganda personale). E poi Vecchi non è il tipo da organizzare manifestazioni. 
 
QUESTIONE DI LINEA
Cerco di inchiodarlo. Cultura, Sport, Sviluppo Economico, ovvero tutto il peso specifico finanziario del municipio? Oppure è geloso, teme di venire messo in ombra, vuole fare il sindaco a tuttotondo? “Ma no. Se la cultura la fa un assessore è una cosa, ma se la fa il sindaco è un’altra, mi creda”, taglia corto al telefono. 
“Certo, per i contributi, i sostegni, i piccoli finanziamenti, è difficile arrivare al sindaco. Lo so. Ma se il sindaco gestisce la cultura il processo diventa organizzativo, di sistema”. 
 
Tradotto: in questo modo nessuno, nemmeno uno soltanto degli assessori può mettere in discussione le scelte o arrivare ai tanto consueti contrasti sulle risorse riservate a questa o quella iniziativa, a questa o quella voce di bilancio. 
 
ASSOLUTISTA
C'è da credere, quindi, che la scelta assolutista di Vecchi abbia il profilo di un presidio politico e di scelta di linea. Quella della riorganizzazione delle istituzioni, ad esempio. È il caso dei rapporti e dell’evoluzione delle realtà della danza e dei teatri, Palazzo Magnani, e del conservatorio, o del passaggio di Fotografia Europea ad una gestione più autonoma e strutturata.  Probabilmente la città del fare (dunque economica) è alla svolta. Lo dice infatti il bilancio comunale della cultura.
 
ALLA PROVA
Rispetto al 2015 le spese correnti per l’attività delle istituzioni quest’anno sono aumentate del 5,85 per cento, contemporaneamente le spese per investimenti sono incrementate del 125,98 per cento, passando da 1.110.189,36 euro e 2.508.771,23 euro.  L’attenzione e gli sforzi sono puntati sui musei, le biblioteche, le attività e la Fondazione Magnani. Indubbiamente con questa capacità di spesa, l’obiettivo di riposizionare la città nella scala regionale, il sindaco accentratore è alla prova. Perché anche questo è cambiamento, il più suggestivo e complesso. Deve far fuori un paio di certezze. Quella locale “Vedrà che a Reggio poco succede”. L’altra italiota “Con la cultura non si mangia”.
 
 

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