Blitz della finanza, scovata a Reggio Emilia la holding delle frodi
Spolpavano le aziende fallite e nascondevano gli attivi all'estero. In manette il commercialista Marco Pasquali e altre 5 persone
REGGIO EMILIA. Nell’ambiente delle frodi contabili era soprannominato il “Barqueiro” perché era in grado di traghettare i patrimoni delle aziende destinate al fallimento verso i lidi esteri, considerati più sicuri dagli imprenditori che volevano nasconderli ai creditori.
Con l’accusa di bancarotta fraudolenta, riciclaggio internazionale e reati tributari è stata sgominata una vera e propria holding internazionale delle frodi con affari anche a Reggio Emilia, città di origine del vertice del sodalizio, il commercialista reggiano Marco Pasquali, classe 1960, formalmente residente a Parma ma da tempo trasferitosi in Portogallo, da dove tirava i fili.
I suoi affari sono ben articolati, con diramazioni anche a Reggio, dove ieri è avvenuto un grosso sequestro di documenti, in via Emilia All’Angelo. Lì si sono recate le Fiamme Gialle, giunte con un grande furgone, riempito al colmo di scatoloni e carte prelevate da un ufficio a pochi metri dal centro di Reggio. Proprio Pasquali risulta essere stato socio in alcune realtà imprenditoriali e finanziarie reggiane, tramite la Artè Rav, società unipersonale con sede in Portogallo. Ma sono diverse le società straniere nelle quale il ragioniere-commercialista risulta essere azionista.
Quella in mano a Pasquali era un'associazione a delinquere formata da colletti bianchi e operativa in tutta Europa, stroncata dal Comando provinciale della Guardia di Finanza di Modena, che ha effettuato sequestri ingenti: due locali di ristorazione, bar e un complesso alberghiero con annesso ristorante di imminente apertura e 8 società con conti correnti riconducibili al sodalizio. Sigilli anche a 154 conti bancari, soldi contanti, orologi di lusso e un’Audi A8 utilizzata dal commercialista.
L'operazione “Barqueiro” è di rilievo internazionale: ha messo in campo circa 40 perquisizioni in Italia e all'estero coinvolgendo oltre cento finanzieri, le forze di polizia di Portogallo, Slovenia e Spagna, col supporto dell’agenzia Eurojust. Sei i provvedimenti di custodia cautelare emessi (3 in carcere e 3 ai domiciliari) e 11 milioni di beni sequestrati. Ben definito il modus operandi della banda: a loro si rivolgevano imprenditori in odore di fallimento, alla ricerca di un escamotage per evitare conseguenze penali. Qui entrava in gioco la banda che traghettava le imprese, per lo più emiliano-romagnole, verso il Portogallo. Per svuotarle dei beni rimasti, prima che incombessero le sentenze di fallimento.
L'operazione, illustrata ieri in una conferenza stampa in Procura, è stata eseguita dalla Finanza di Modena tramite vari blitz alle prime luci di ieri mattina, su coordinamento del procuratore Lucia Musti e del sostituto Marco Imperato. Tra i destinatari delle misure cautelari risultano quindi due commercialisti, un ex dipendente di banca e altri imprenditori. C'è anche un cittadino italiano, collaboratore del collega reggiano, arrestato in Albania nei mesi scorsi dopo una lunga latitanza attraverso una richiesta di estradizione. «Si tratta di una collaborazione inusuale per una Procura medio-piccola come la nostra, siamo tra i primi in questo senso ad aver fatto ricorso a Eurojust. Grazie anche al Gip di Modena - ha aggiunto Musti - per la tempestività di tutti i suoi provvedimenti».
La banda “traghettava” quindi le imprese verso il Portogallo. Le aziende “decotte” erano svuotate di tutti i beni rimasti, prima che incombessero le sentenze di fallimento, poi i beni venivano trasferiti in Portogallo dove venivano intestati a un prestanome e lasciati “dormienti” per almeno un anno, il tempo necessario per non attirare guai giudiziari. La nuova azienda con nome e titolare fittizio poteva cosi gestire liberamente i beni “spremuti” e sottratti sia ai creditori che al fisco (e anche al curatore, dopo il fallimento).
La loro vendita produceva denaro che poi rientrava in contanti in Italia dopo che una quota restava a chi lo aveva “ripulito”. Un secondo trucco contabile emerso nell’inchiesta, durata più di un anno, riguarda invece un sofisticato gioco che ha permesso di frodare il fisco per almeno due milioni di euro. In sostanza, la banda creava un mare di carte false per generare richieste di compensazione di falsi crediti Iva che venivano ceduti dietro lauto compenso (il 25% del valore nominale) e tanto di atto notarile a imprenditori che li utilizzavano per compensare le loro vere posizioni debitorie. Il corrispettivo delle cessioni veniva fatto transitare in Slovenia e poi dirottato in Portogallo su conti riconducibili a Pasquali. Nella banda poi operavano anche ex bancari esperti in transazioni internazionali.
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