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Il risultato delle urne: ballottaggio continuo

Massimiliano Panarari
Il risultato delle urne: ballottaggio continuo

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“Ballottaggio continuo”. È questo il verdetto delle urne dopo il primo turno delle elezioni amministrative, che contemplano un ennesimo calo del numero dei votanti. Un fenomeno costante, considerato fisiologico nel mondo anglosassone, ma che, data la tradizione italiana di elevato attaccamento all'esercizio dei diritti elettorali, segnala come una parte via via crescente dell'opinione pubblica reputi l'offerta politica non adeguata.

Il voto locale, naturalmente, non è un pronunciamento nazionale, e in esso rilevano le specificità dei singoli territori e realtà; e, tuttavia, sostenere che risulti esente dall'influsso del clima politico generale si rivela scorretto, oppure – più ragionevolmente – rinvia a una tattica. E, dunque, non c'era nulla di casuale nei tentativi della vigilia di depotenziamento dell'esito elettorale da parte del premier e segretario Pd Matteo Renzi. Che avrà le sue “belle (o, meglio, brutte) gatte da pelare”: il Partito democratico esce decisamente ridimensionato rispetto alla fase trionfante del renzismo, con casi clamorosi come quelli di Napoli (esclusione dal ballottaggio) e Bologna (il sindaco uscente Virginio Merola che raccoglie una percentuale molto al di sotto delle abitudini della sinistra emiliana).

Segno che i candidati risultano – ovviamente – fondamentali anche a livello locale (e, nella competizione per la guida dei Comuni, non si tratta certo di una novità dell'attuale epoca postpolitica e postmoderna); e quelli con un profilo debole o di risulta vengono “rottamati” da leader forti (specie se “capipopolo” come Luigi De Magistris, che si è inventato pure una narrazione identitaria locale molto efficace, a metà tra il neo-meridionalismo e il vittimismo contro il governo centrale).

E l'esito conferma giustappunto, in maniera chiarissima, la crisi verticale del ceto dirigente locale del Pd, a cui Renzi non ha voluto o saputo mettere mano – oltre che, verosimilmente, la scarsa simpatia suscitata in una parte del suo elettorato dalle varie (anche se mai dichiarate) prove generali di slittamento in direzione del modello del “partito della nazione” (e, infatti, il premier-segretario ha dichiarato la fine delle intese con Verdini e la sua Ala). Viste le condizioni di partenza, quindi, l'accesso allo stadio del ballottaggio da parte di Roberto Giachetti potrebbe venire considerato alla stregua di un “miracolo romano”.

Il Movimento 5 Stelle ha riportato – pur in un voto a macchia di leopardo – un'affermazione nettissima, ponendo un'ipoteca rilevante sulla conquista della Capitale. Pare così configurarsi per il “partito-non partito” la costituzione di una leadership – con un'importante componente femminile – in grado di emanciparsi dai padri fondatori. Ciò non significa l'avvio del sempre rigettato processo di istituzionalizzazione e, tuttavia, il combinato disposto di ricambi nel (mai formalizzato) gruppo dirigente e assunzione di potenziali responsabilità di governo nelle metropoli (dopo le discutibili e deludenti esperienze in capoluoghi come Parma e Livorno) innescherà inevitabilmente dei processi di cambiamento anche a livello organizzativo.

Last but not least, la leadership del centrodestra, la quale rischia di andare verso una sostanziale “irrilevanza” nelle dinamiche del sistema politico, a meno che a Milano prevalga Stefano Parisi (protagonista di una notevole rimonta). Se il berlusconismo, dopo il flop dell'esperimento Marchini, continua il suo inesorabile cammino sul viale del tramonto, ad avere “disperatamente” bisogno di una vittoria di Parisi è anche il suo supporter più distante nello stile (e, per tanti versi, anche nella vision), Matteo Salvini.

Queste amministrative confermano che la Lega Nord in versione sovranista e populista (come prevedibile) non dispone di appeal nei confronti dell'elettorato moderato. Salvini può cercare di fare il pieno di voti di destra radicaleggiante, ma non sfonda al centro e dunque, dopo l'insuccesso – seppure sul filo di lana – di Giorgia Meloni, sembra dover congedarsi dalle sue ambizioni di leader del centrodestra (che non riesce a federare). Si può pertanto immaginare che, a brevissimo, inizierà tutta una serie di manovre e cantieri (anche alla ricerca di qualche guida alternativa) tra Lega e Forza Italia, oltre che nella frastagliata galassia centrista.

In ogni caso, va da sé, si devono attendere i ballottaggi: e, quindi, da oggi, per tutti i competitor si apre una partita-campagna elettorale da giocare in maniera significativamente diversa da quella che li ha condotti al risultato di domenica.

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