«Mio figlio è già libero, ora io ho paura»
La denuncia del padre del 22enne arrestato dopo le botte a lui e ai nonni: «Ha il divieto di avvicinarmi, ma è a casa mia»
CADELBOSCO SOPRA. «Io non voglio che mio figlio finisca in carcere. Ma ha bisogno di essere aiutato prima che faccia ancora del male a qualcuno o a se stesso. Il giudice deve ordinargli di andare in comunità. Io così non mi sento protetto dalla legge, io mi sento preso in giro».
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A parlare è un padre. Sono parole a cuore aperto le sue. Una richiesta di aiuto, ma anche una denuncia pubblica per una situazione divenuta difficile. Gravosa. Potenzialmente pericolosa. Domenica scorsa il figlio, un ragazzo di appena 22 anni, è stato arrestato. Maltrattamenti in famiglia, lesioni, minacce sono le accuse. A far scattare le manette l’ennesima aggressione prima al padre, al quale ha rotto il naso, poi alla nonna. «Ci avevano detto che il giudice gli avrebbe dato i domiciliari in una comunità di recupero, a San Patrignano. Eravamo contenti, pensavamo che potesse essere l’inizio giusto per lui e anche per noi. Invece, giovedì lo ha liberato: l’unica misura che ha disposto è il divieto di comunicare con me e di avvicinarsi a meno di 200 metri dalla mia dimora. Beh, adesso lui è tornato a casa mia perché ha raccontato al giudice che io non abito più lì: ma io sono andato via per paura, trovando ospitalità provvisoria da un’amica e accampandomi in macchina. Inoltre, lui sta continuando a telefonarmi e a mandarmi messaggi con richieste di ogni tipo. Non è cambiato niente. Anzi, lui avrà ancora più rabbia nei miei confronti».
Quando la violenza arriva da una persona cara, difendersi è più difficile. Si aspetta, nella speranza che le cose possano cambiare. E nel timore di peggiorarle. Ma quando le minacce e le botte diventano una questione quotidiana, quando si ha il terrore anche solo di entrare in casa propria, piano piano si fa strada la consapevolezza che bisogna fare qualcosa. Che non si può più stare zitti. È il caso di questo padre, che dopo aver trovato la forza di denunciare, ha deciso di farsi sentire.
«Voglio che la gente sappia come funziona la legge in Italia - si sfoga il genitore - E voglio capire come posso fare per aiutare mio figlio, ma anche me e i miei genitori, che sono anziani. E che quel nipote, praticamente, lo hanno cresciuto».
La storia di questa famiglia di Cadelbosco Sopra forse è più comunque di quanto si pensi. Quella di un giovane introverso e riservato che cresce con il padre e i nonni paterni. Che lentamente, ma inesorabilmente finisce nel baratro dell’alcol e della droga: dipendenze che deformano tutto, anche i rapporti con le persone più care. Da queste, con la violenza e alzando le mani pretendeva i soldi, trasformando la quotidianità in incubo. E nemmeno i tentativi di cura, con periodo in comunità, li ha portati a termine.
«Il giudice ha ascoltato solo lui. Non ha chiesto a me qual è la verità - si sfoga il padre - Domenica scorsa ho pensato che fosse il mio ultimo giorno. Mi ha preso a calci e pugni in testa. Solo Cristo mi ha aiutato. Se sono andato via, è perchè volevo finisse tutto questo. E ora, io non posso tornare a casa. E i miei genitori, che hanno 75 anni, che stanno a 500 metri da lui devono restare chiusi dentro per timore delle minacce del nipote che hanno cresciuto. Il giudice le sa tutte queste cose? Mio figlio ora è solo in casa, senza un lavoro, senza soldi. E quando uno è in astinenza diventa ancora più forte, ancora più violento. Prima o poi una disgrazia succede. Io non penso che mio figlio sia un delinquente, ma se qualcuno non mi aiuta ad aiutarlo farà quella fine».
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