Antonio Ligabue e la beffa del Duce a cavallo
La scultura è esposta nella criticata mostra di Salò. Toni la realizzò di malavoglia per l’amico pittore Andrea Mozzali
SALO'. Fra le opere esposte, a Salò, nella a dir poco discussa mostra "Il culto del duce: l'arte del consenso nei busti e nelle raffigurazioni di Benito Mussolini" c'è anche una scultura in bronzo di Antonio Ligabue.
Si tratta di un "Mussolini a cavallo" che a prima vista potrebbe apparire come il piegarsi – a quei tempi – della creatività di "Toni" al fascino della propaganda del regime fascista. Invece dietro a questa scultura c'è una vera e propria beffa dell'artista, per nulla attratto se non infastidito da camicie nere, dittatura e restrizioni della libertà di pensiero.
L’AMICO PITTORE. Erano gli anni in cui Ligabue aveva trovato, a Guastalla, nel pittore Andrea Mozzali un sicuro sostegno.
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Fu proprio l'artista guastallese a prendersi la responsabilità – nel 1940 – di far uscire per la seconda volta "Toni" dall'ospedale psichiatrico San Lazzaro di Reggio, accogliendolo in casa sua.
Mozzali aveva aderito alla Repubblica di Salò e nel suo studio, agli inizi degli anni Quaranta, maturò l'idea di una scultura dedicata al duce. Mozzali è scomparso nel 1977, ma quell'opera in terracotta del "Mussolini a cavallo" non è andata perduta, anzi fa parte della collezione del critico d'arte nonché gallerista gualtierese Sergio Negri che negli anni Settanta ne ha poi curato una tiratura in bronzo in 25 esemplari.
Uno di quei "bronzi" è ora esposto al museo MuSa di Salò (Brescia) e vi rimarrà per un anno (la rassegna chiuderà il 28 maggio 2017).
MOSTRA DISCUSSA. Un’esposizione che ha alzato non poche polemiche, per le proteste avanzate sia dall’Anpi («Un’iniziativa inadeguata che rischia di avere i connotati dell’esaltazione del regime, proprio come gli oggetti esposti, che non sono opere d’arte ma prodotti di quella propaganda»), sia da Rifondazione comunista che ha scritto una lettera aperta affinché questore e prefetto di Brescia intervengano («E’ un’operazione che non è storica e culturale ma politica: un metodo liquido per assicurare il culto del duce a Salò, ex sede della Repubblica di Salò».
Proteste che erano fioccate anche per la scelta della data dell’inaugurazione – inizialmente fissata per il 28 maggio scorso – anniversario della strage di Piazza della Loggia, e poi rinviata di un giorno. Il direttore del MuSa di Salò ha replicato alle critiche: «E’ stato un incidente, non ho collegato con la strage di Brescia – ha spiegato Giordano Bruno Guerri – e me ne sono scusato, spostando l’inaugurazione. Comunque la mostra raffigura qualcosa di oggettivo che è esistito nella storia d’Italia: il culto del duce. Quindi è una documentazione storico-artistica. I nostalgici possono arrivare e non possiamo impedirlo, ma l’esposizione non è rivolta a loro».
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LA TERRACOTTA. Ma di esaltazione mussoliniana non ce n'è proprio nell'opera di Ligabue, come svela Sergio Negri riportando quanto gli aveva raccontato Mozzali quando acquistò la terracotta. «Nel 1942-43 durante uno dei tanti soggiorni di Toni a casa mia gli commissionai una statua raffigurante Mussolini a cavallo – gli spiegò Mozzali al momento della vendita della terracotta pensata e realizzata da Ligabue divisa in due parti, cioè l’impettito Mussolini e il cavallo da parata che poi s’incastrano perfettamente – ma lui, che non nutriva molta simpatia per il capo del fascismo, pur accettando l'incarico lavorò saltuariamente e di malavoglia alla realizzazione dell'opera, tirandola dunque per le lunghe e mandandomi spesso, a causa delle sue bizze, su tutte le furie. La cosa si protrasse per diverso tempo finché un giorno, dopo l'ennesima lite, decisi di privarlo di qualsiasi "aiuto alimentare" sino a quando non avesse terminato la statua. Premetto che ormai, al punto in cui era arrivato, sarebbe bastata una giornata di lavoro per porre fine all'opera e di conseguenza a qualsiasi discussione. Peraltro a Ligabue non restavano molte alternative: o finire la scultura e avere così la possibilità di mangiare, oltre al compenso stipulato, oppure digiunare totalmente».
LA BEFFA DI LIGABUE. Fu a quel punto che Ligabue ruppe, a modo suo, gli indugi. «Lavorò sodo per un'intera mattina – è il prosieguo del racconto di Mozzali – reclamando insistentemente un po' di cibo, senza però essere da me esaudito, per timore che, una volta saziato, se ne andasse via e chissà per quanti giorni ancora. Sul calare della sera, finalmente, Toni con mio grande stupore mi chiamò dicendomi che la statua era ormai ultimata. Ricordo di aver attentamente esaminato il "Mussolini", erto su un cavallo da parata, impettito e ben ricoperto di medaglie, il quale salutava romanamente. Ligabue, che nel frattempo era stato colto da crampi allo stomaco, dovuti agli stimoli della fame, se ne stava rannicchiato in un angolo buio della stanza a scrutare curioso le mie eventuali osservazioni critiche. Stavo già rallegrandomi con lui per la buona riuscita dell'opera, anche se avvertivo che qualcosa non funzionava nell'impianto della stessa, quando osservando meglio mi accorsi finalmente che il "duce" salutava con la mano destra rivolta all'indietro, in senso quindi completamente inverso. Nuova arrabbiatura da parte mia e ulteriore discussione con il Toni, il quale con astuzia diabolica giustificò l'errore, certamente voluto, con queste precise parole: "La colpa non è mia ma della debolezza…"».
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UN UOMO LIBERO. Dagli anni Trenta si consolida a Gualtieri la dittatura fascista, ma Antonio Ligabue (foto) se ne disinteressa, il suo unico obiettivo è barcamenarsi con qualche lavoretto, campando anche vendendo dei quadri per un piatto di minestra o poco più. Poi arriva un’occupazione inaspettata: fa l’interprete per le truppe tedesche. Ma senza entusiasmo. «Il pittore non mostrava alcuna simpatia per i tedeschi – spiega lo studioso Marzio Dall’Acqua – ricordava troppo bene il padrino ubriaco, la violenza con la quale lo percuoteva nella cucina con la cinghia». Non si occupa di politica, ma fascismo e nazismo non potevano piacere a Ligabue: «Non amava chi toglieva la libertà agli altri – rimarcano Ezio Aldoni e Giuseppe Caleffi, autori di una recente pubblicazione sull’artista – e a maggior ragione, in questo contesto di guerra, aumenta le sue visite ai boschi che lambiscono il Po, dove, isolandosi, trova la sua libertà». Ai primi di febbraio del 1945 “Toni” arriverà – al culmine di una lite in osteria – a rompere una bottiglia in testa al comandante delle truppe tedesche di stanza a Gualtieri. Per tanti fu un gesto-simbolo di ribellione verso ogni oppressione. Finirà per la terza volta in manicomio.
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