«La cosca mi incaricò di pentirmi per finta»
Signifredi, ex presidente del Brescello, ha raccontato in aula a Brescia del piano ordito da un imputato
BRESCIA. Il contabile della cosca Grande Aracri, Paolo Signifredi, aveva l’incarico di pentirsi per finta. A chiederglielo, con tanto di minacce esplicite a lui e alla sua famiglia, sarebbe stato il muratore Antonio Rocca, incontrato in carcere dopo il blitz antimafia scattato il 28 gennaio 2015 in Lombardia in contemporanea con l’operazione Aemilia.
A raccontare queste presunte trame, che avrebbero avuto la benedizione del boss Nicolino Grande Aracri, è stato ieri in tribunale a Brescia lo stesso Signifredi, che per la cronaca poi si è pentito sul serio.
Il contabile è noto anche a Reggio perché nell’estate 2003 comprò da Ernesto Foglia il Brescello Calcio, rimanendo in sella solo una stagione, anche perché nella primavera 2004 si delinearono per lui seri guai giudiziari, finendo in cella per una vecchia storia di riciclaggio.
Il pentito ha detto che Rocca, muratore di Borgo Virgilio, in provincia di Mantova, gli disse di presentarsi come pentito per poi scagionarlo. Naturalmente il piano per essere credibile doveva contenere anche informazioni vere. «Scrivi, scrivi - avrebbe detto il muratore in carcere a Voghera al parmigiano -. Ti dico cinquanta cose vere. Le controllano e così poi ti credono su tutto. Poi ci aggiungiamo due o tre minchiate che mi scagionano e si bevono pure quelle. Mi fanno uscire dal carcere e faccio i soldi. Se non fai quello che ti dico ti metto nell'acido, e i tuoi figli li dò in pasto ai maiali».
Un racconto da Gomorra, quello di Signifredi, pentito già condannato a 6 anni con rito abbreviato nel processo Pesci, che ieri ha testimoniato per oltre otto ore pressato dai Pm Paolo Savio e Claudia Moregola.
Il piano però doveva avere l'ok del boss e degli avvocati. Serviva qualcuno che li informasse: e qui entra in scena la moglie di Rocca, Deanna Bignardi, con cui il muratore parla in carcere. Così Lady Rocca, la scorsa estate, sale su una corriera e parte per Cutro, per incontrare la moglie di Nicolino, “zia Maria”. «Viene accolta come una regina, mi raccontò Rocca, era molto entusiasta». La donna del capo benedice l'idea del falso pentito. Ma la Bignardi ha anche un altro compito: coprire i “furti” del marito. Rocca e gli altri infatti si erano spartiti 800mila euro, frutto di un’estorsione a una banca di Reggio Emilia, invece di consegnarli a Nicolino. Lo avevano fatto anche con 400mila euro di un cantiere, e il boss cominciava a sentire odore di bruciato. Tanto da ordinare qualche rappresaglia.
Ad agosto Signifredi chiede di incontrare i Pm per collaborare. A ottobre, con la sua cartellina blu, si presenta dai Pm di Brescia, pronto a recitare, Ma loro fiutano qualcosa. «Mi avete chiesto di mettere via gli appunti e di dire quello che ricordavo, sono andato in panico e sono crollato. Ho smesso la pagliacciata».
Il contabile il 15 ottobre comincia così a raccontare quello che sa, non la versione di Rocca. Un romanzo criminale ripetuto ieri in udienza.
Rocca, secondo quanto raccontato dal pentito, voleva anche costruire accuse contro dei rivali, tra cui Alfonso Bonaccio. Quest'ultimo ha un ruolo non secondario, per Rocca, che pensa di incastrarlo per uscire dai guai causati dal ritrovamento di due pistole nella sua casa di Cerese. «Tu racconta che le armi erano sue, e che io le avevo prese perché le aveva lasciate su un’auto che stavi usando tu. Volevo evitarti guai in caso di un controllo». Rocca detta pure a Signifredi dettagli sui pagamenti dei lavori: «Racconta che devo dare percentuali a tutti loro, dì che mi costringono». Gli suggerisce pure di aggiungere una scena ad un viaggio in auto con Salvatore Muto: «Mi ha portato da Curtatone a Cremona, e minacciato con una pistola alla tempia. A voi Pm però dovevo dire che aveva parlato di Rocca come di uno estraneo alla cosca e sotto minaccia».
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