«Eravamo costretti a vendere la En.Cor»
L’ex direttore Vezzani: «Sono meravigliato, le lettere di patronage non erano così impegnative come una fidejussione»
CORREGGIO. «Fino a quando le cose andavano bene, prima del fallimento, En.Cor era portata a esempio come fiore all’occhiello. Poi, improvvisamente, è diventato il male. La sentenza emessa nei giorni scorsi dal Tribunale di Reggio Emilia mi lascia sorpreso: le lettere di patronage non avrebbero dovuto essere “impegnative”». Lo afferma Davide Vezzani, amministratore di En.Cor negli ultimi mesi prima che venisse dichiarato il fallimento, nel gennaio 2014, dell’ex municipalizzata. Vezzani, interpellato ieri dalla Gazzetta, abita a Guastalla e lavora come ingegnere civile. Un libero professionista che si occupa anche di energie rinnovabili, settore in cui operava En.Cor, di cui lo stesso Vezzani ha richiesto il fallimento.
La sentenza emessa nei giorni scorsi è pesantissima: obbliga il Comune a pagare un conto molto salato alla San Felice 1893 Banca Popolare riguardo alla società di cui lei è stato l’ultimo amministratore.
«Non sapevo che fosse uscita la sentenza. Mi meraviglia sentire che il Comune sia stato obbligato a risarcire quasi 11 milioni di euro alla San Felice Banca Popolare. Le lettere di patronage emesse dall’amministrazione erano “leggere”, o quantomeno non così impegnative come una fidejussione».
Il Comune ha annunciato di voler intraprendere una azione di responsabilità verso chi amministrava En.Cor. Le è stato notificato qualche provvedimento giudiziario?
«Giusto che il Comune percorra tutte le azioni che ritiene necessarie. Lo ritengo un atto dovuto. Non ci vedo nulla di strano. Poi si valuterà in sede giudiziaria se sono stati commessi degli errori. Non sono indagato o, almeno, non mi è stato comunicato nulla al riguardo. Certo, quando c’è un fallimento si avviano due fasi: una contabile e la seconda penale in cui vengono accertate le responsabilità. Ora credo sia in corso la fase amministrativa. Mi aspetto che in un secondo momento verranno valutate eventuali mie responsabilità».
En.Cor ha fatto in tempo a produrre profitti?
«Dal 2011 in avanti sono maturati i frutti degli investimenti ed erano iniziate operazioni virtuose: ad esempio, come in via Gandhi e via Fossa Faiella, c’erano impianti importanti, e quando la società è stata bloccata c’erano diversi cantieri in corso».
E allora qual è stata la vera causa del fallimento di En.Cor, secondo lei? Qual era l’errore che andava evitato?
«Quando En.Cor è stata costituita non era in previsione la sua vendita, e il piano industriale elaborato allora prevedeva investimenti in un’ottica di proseguimento dell’attività. È avvenuto che, dopo la nascita di En.Cor, è stata emessa una legge che ha obbligato i Comuni con meno di 30mila abitanti a vendere le società partecipate. Così l’amministrazione ha emesso un bando, e l’unica partecipante è stata Amtrade. Noi non potevamo fare a meno di vendere En.Cor. Da parte sua, Amtrade non ha provveduto a risanare il bilancio. E la banca San Felice ha ritirato il mutuo quando ha saputo della vendita perché, ha affermato, nel patronage c’era scritto che la società non sarebbe stata venduta. Che è vero, ma la vendita non è dipesa da noi».
Ha contatti con Luciano Pellegrini, che fu anch’egli amministratore di En.Cor?
«Sì, ci sentiamo per confrontarci in merito alla vicenda En.Cor quando ci vengono chiesti chiarimenti da parte del curatore fallimentare. Attualmente anche Pellegrini intraprende la libera professione come consulente, operando pure nel campo delle rinnovabili».
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