NON SI GIUDICA UNO STUDENTE DA UN RIGORE
di GIUSEPPE CALICETI Il tempo passa. Il mondo e la scuola cambiano. Ma in mancanza di meglio, l’esame di maturità resta un rito di passaggio all’età adulta. Sono passati tanti anni da quando ho...
di GIUSEPPE CALICETI
Il tempo passa. Il mondo e la scuola cambiano. Ma in mancanza di meglio, l’esame di maturità resta un rito di passaggio all’età adulta. Sono passati tanti anni da quando ho sostenuto la mia maturità conseguendo il voto di 60/60esimi all'Istituto Magistrale Matilde di Canossa, qui a Reggio Emilia. Avevo scelto quella scuola perché consigliato dal mio prof di violino al Liceo Musicale Achille Peri. Avevo iniziato a suonare a 7 anni. Le Magistrali erano meno impegnativa di un Liceo, mi avrebbero lasciato più tempo per il violino. E non mi dispiacevano. Soprattutto per l'enorme sproporzione tra ragazzi e ragazze. Non solo nella mia classe, ma in tutto l'Istituto. I numeri parlavano chiaro: 848 femmine e 18 maschi. Mai più visto in vita mia un luogo a così alta densità di ragazze. Gli anni Settanta stavano finendo, a scuola era ancora di moda contestare. Anche alle Magistrali. Gruppi di studenti organizzati venivano da altri istituti a distribuire volantini e indire pubbliche assemblee. A un paio presi la parola anch'io. Soprattutto per mettermi in mostra con le ragazze. Funzionò poco. La maggior parte non era interessata alle assemblee, specie le più carine. Il mio colpo di genio, a metà del secondo anno, fu presentarmi alla preside con la mia Nikon. Le dissi: “Che bisogno c'è di un fotografo esterno? Posso fare tutto io!”. Funzionò. Alla ricreazione ero sempre in qualche aula. Aspettavo che le ragazze si mettessero in posa, facevo qualche scatto, chiedevo alla più carina della classe di fare la colletta. Una settimana dopo mi dava i soldi, io le consegnavo le copie delle foto. A quel punto le dicevo la frase. Solo una. Sempre uguale. A tutte. “Tu sei troppo carina per una foto di gruppo, meriteresti un primo piano”. Funzionava.
Della mia maturità ho pochi ricordi e molto confusi. La confondo con l'esame di concorso che vinsi nel 1983. Lo feci per mio padre, che insisteva. Mi presentai alla prova scritta orgogliosamente impreparato. Il polo scolastico di via Makallè straripavano di ragazze di ogni età. Scrissi un paio di pagine, accartocciai il foglio, lo gettai nel cestino, uscii dall'aula. Un membro della commissione mi inseguì lungo il corridoio: non potevo andarmene senza aver consegnato la prova. Rientrai, raccolsi dal cestino il foglio accartocciato, me ne andai. Quattro mesi dopo fui chiamato per la prova orale. Risultato: a diciannove anni ero maestro al Gazzaro, frazione di Sant'Ilario, accanto al torrente Enza, dove anni prima era stato ucciso Alceste Campanile e oggi c’è una scuola privata parrocchiale. Guardavo al mestiere di maestro con sufficienza. Ma dal primo giorno, di fronte agli occhi curiosi dei bambini, presi la cosa molto seriamente. E’ uno dei lavori più belli che ci siano, ma anche dei più faticosi. I bambini ti prosciugano, ti succhiano ogni energia. Da anni nella primaria non ci sono più esami, di fatto sostituiti dalle prove Invalsi: scritte, a crocette, tipo esame di scuola guida. Per fortuna l’esame di terza media e di maturità, aggiornati, resistono. Non esiste buona valutazione con solo prove scritte a crocette, occorre vedere e sentir parlare i ragazzi dal vivo. E comunque uno studente è come un giocatore: non si valuta da come tira un calcio di rigore. Rispetto alle tracce della maturità di quest’anno, mi fa piacere quella su Umberto Eco. Nel 1964, al secondo incontro del gruppo letterario Gruppo 63 al Valli, c’era anche lui. L’allora direttore della Gazzetta parlò di Eco e compagnia come quella di un gruppo di matti da legare. Il tempo non è passato invano.
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