La lezione di Don Ercole: «Fai del bene e dimentica»
Reggio Emilia: parroco scomodo, ex consigliere comunale del Pci, insegnante fuori dagli schemi. Il fondatore della comunità Papa Giovanni si racconta a poche ore dalla festa per i 60 anni del suo sacerdozio
REGGIO EMILIA. A sedici anni aveva già capito tutto. «Decisi di entrare in seminario perché dovevo donare la mia vita agli altri». Oggi, dopo sessant’anni di sacerdozio, tutto e niente è cambiato: «Fai del bene e dimentica, questo è il mio credo». Scontato? Assolutamente no. Ma per Don Ercole Artoni è diverso. Per il parroco degli ultimi che ha fondato e poi fatto crescere quella comunità che negli anni ha accolto migliaia di tossicodipendenti, detenuti, pazienti dell’Opg, c’è solo un modo di essere cristiani: leggere il Vangelo e metterlo in pratica «perché in quelle pagine c’è tutto ciò che serve per essere felici».
Don Ercole, ora è tempo di festeggiare. Che ricordo ha del 24 giugno di 60 anni fa?
«E’ stato il giorno più bello della mia vita. Allora c’era l’usanza di baciare le mani ai nuovi consacrati e quel giorno, in fila per me, c’era anche il capo dei comunisti di Villa Gaida. Lo ricordo ancora bene e tanta gente si scandalizzò. Ma al pranzo che seguì c’era tutta Villa Gaida».
La scelta di entrare in seminario com’è maturata?
«Mio padre era un socialista anticlericale. E’ stato leggendo il Vangelo e la vita di Don Giovanni Bosco che ho capito qual era la mia strada. Andavo in chiesa, da solo, e riflettevo sul mio bisogno di donare la vita agli altri. Mai avuto dubbi sulla mia vocazione. Piuttosto mi preoccupavano gli studi che avrei dovuto affrontare. Sa, in seconda elementare ero stato bocciato con tanto di 5 in condotta».
Creare “scandalo” è evidentemente nel suo dna...
«In realtà sono sempre stato piuttosto vivace, e lo sono ancora oggi. Mi ricordo che l’anno del 5 in condotta andavo a scuola con gli zoccoli dati dal patronato. Avevano le borchie e così io pestavo sotto il banco per fare rumore. La maestra puntualmente urlava “Artoni fuori!”. Io tranquilllo uscivo, pigliavo la sua bicicletta e andavo dal casaro a prendere il tosone che poi nascondevo sotto il banco, se ne rimaneva. Crescendo non sono poi cambiato tanto. Anche in seminario mi sono divertito parecchio facendo scherzi agli amici. Alla fine, nella vita bisogna pur inventarsi qualcosa...».
Nel ’64, dopo essere stato curato per sette anni, diventa parroco di Mancasale.
«Sono stati anni di cambiamento profondo. Mi sono reso conto che in seminario mi avevano raccontato un bel po’ di balle. Da autodidatta, ho ricominciato a studiare teologia e a leggere la Bibbia, e in particolare è stato fondamentale il capitolo 25 del Vangelo secondo Matteo. Da lì ho capito che essere cristiani non era solo una questione di preghiera: si trattava di mettere in pratica la parola di Cristo. Per questo non capisco certa gente che si ostina a venire ogni domenica a messa come se fosse un rito da rispettare. Io glielo dico: ma cosa venite a fare? La messa è la lezione, poi a casa bisogna fare i compiti. Altrimenti è inutile».
Quando è iniziato il suo impegno contro la tossicodipendenza?
«Ho iniziato a vedere sempre più giovani disperati, tanti i tossicodipendenti, che passavano le giornate tra i portici del Valli, piazza Prampolini e la Galleria Santa Maria. Dovevano essere aiutati. Così cominciai a ospitarli in canonica a Mancasale e arrivai ad averne 23. Ma avevo bisogno di più spazio. Nel ’76 traslocai in una vecchia casa da contadini a Castelnovo Sotto per potere aiutare più persone. Trasformai la stalla nella sala riunioni e televisione, dove c’erano i cavalli trovò posto la sala da pranzo e dove c’erano i maiali la cucina. Fino al 2004, quando fu inaugurata la “Papa Giovanni”, siamo rimasti a Castelnovo dove ho ospitato anche 42 ragazzi».
La “Papa Giovanni” è un grande sogno realizzato. La comunità è la sua casa. Qui sono passate migliaia di persone e tante vite sono cambiate grazie a lei. Ma lei, da chi ha ricevuto di più?
«Dal Padre eterno. Sa, io penso che chi dà è più gioioso di chi riceve. Io sono grato al Vangelo perché mi ha fatto vivere serenamente grazie alla legge dell’amore che suona più o meno così: fai del bene e dimentica. Non bisogna aspettarsi niente da nessuno. Solo così non si hanno recriminazioni. Essere a posto con la propria coscienza è ciò che ci fa stare bene».
Nessun rimpianto allora?
«Forse avrei potuto fare di più. E questo m’intristisce un po’. Sa a quanti funerali dei miei ragazzi sono andato? Ottantotto. E me li ricordo tutti. In particolare mi ricordo un ragazzo di Quartu Sant’Elena, in Sardegna: il parroco del paese non venne al funerale perché disse che doveva fare catechismo ai ragazzi. Era il trentaduesimo morto per overdose a Quartu».
Ma sono anche tante le persone che ha salvato...
«Ogni anno facciamo dieci quindici dimissioni e nell’ottanta per cento dei casi chi esce ricomincia una nuova vita lontano dalle dipendenze. Con tantissime persone passate dalla comunità sono rimasto in contatto. Ogni tanto mi telefona un signore che ora abita a Milano e ha una fabbrichetta. Io gli chiedo “come stai?” e lui puntualmente mi risponde “bene, ma bisogna stare in campana”. Poi c’è il figlio di uno zingaro che ho tenuto con me undici anni perché non finisse male: ora è sposato con una maestra e ha due figli. Mi sono capitati anche casi strani: un giorno è arrivato un uomo di 65 anni che per tutta la vita si era fatto di eroina, cocaina, psicofarmaci. Mi ha detto: voglio passare gli ultimi anni da galantuomo. Lo chiamavo “non è mai troppo tardi”. Chi ce la fa ricomincia una vita nuova e non si sente un ex tossico: chi ce la fa impara a volere bene alla vita. E capisce che la coscienza vale più di qualsiasi buco o pastiglia».
Oggi è più facile o difficile uscirne?
«Dobbiamo ammettere che abbiamo perso la lotta contro la droga. Sono sempre stato contrario alla legge che equipara droghe leggere e pesanti e in questi anni ho maturato la convinzione che liberalizzare la marijuana sia necessario. Ho conosciuto tanti tossici, nessuno è partito dallo spinello. Il vero guaio si chiama metadone: dà più dipendenza dell’eroina e crea effetti devastanti».
Cambiamo pagina. Don Artoni prof com’era?
«Avevo un bellissimo rapporto con i ragazzi. Peccato che sono stato cacciato più volte dallo Scaruffi... Una volta perché portavo a scuola il catechismo olandese: poi i ragazzi hanno occupato la scuola e il preside mi ha fatto tornare. Un’altra volta perché avevo detto che chi vota la Dc non è cristiano. In città si è scatenato un putiferio. Ma con i giovani stavo benissimo. E’ capitato anche che due ragazze mi confessassero di fumare spinelli e di sentirsi pronte per l’eroina... mi hanno chiesto di aiutarle. Un’altra studentessa era rimasta incinta: è toccato a me dirlo a suo padre. Non era molto contento».
E Don Artoni consigliere comunale del Pci?
«Mi chiamavano “Signor No”, si figuri qual era il clima in consiglio comunale. Facevo le interpellanze con i liberali, con i socialisti, non guardavo ai partiti e non volevo essere integrato. Il mio obiettivo era solo quello di portare in consiglio la voce degli ultimi. E non era gradito».
Veniamo al traguardo dei 60 anni di sacerdozio... magari guardando ancora avanti.
«Il 13 settembre compio 86 anni. Cose da fare ancora ce ne sono. Ma ai miei fratelli una cosa l’ho detta. Non lascerò soldi perché non ne ho mai avuti e li considero la droga peggiore. In ogni caso, per i miei funerali comprino la cassa meno costosa e mi facciano cremare: voglio che le mie ceneri siano disperse nel mare di fronte alla comunità che abbiamo in Sardegna. Ma soprattutto: durante il funerale niente rosario, si parli di carità. E che non ci siano vescovi».
Tra poche ore si festeggia. Si aspetta il pienone?
«Sarà una sorpresa anche per me. So per certo che il vescovo non verrà perché non ha tempo. Ma degli assenti o si parla bene o non si parla».
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