Gazzetta di Reggio

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«Noi mettiamo i soldi, e gli industriali?»

di Evaristo Sparvieri
«Noi mettiamo i soldi, e gli industriali?»

Il sindaco Vecchi replica alla relazione del presidente Severi: «Tutti i progetti citati sono finanziati con risorse pubbliche»

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REGGIO EMILIA. «Cosa c’è dietro tutti i progetti finiti nella relazione Unindustria? Sono tutti frutto dell’iniziativa pubblica, a tutti i livelli. Comunale, regionale, ministeriale. Francamente di investimenti da parte dei privati non ne vedo molti... e lo dico consapevole della difficoltà che vivono, specialmente nel giorno di Brexit. Ma non perdiamo la testa: la città ha i suoi problemi, ma ha la forza per affrontarli e andare lontano». Non si può dire che sia stato spiazzato. Ma neanche che sia disposto ad accettare in silenzio le critiche piovute più o meno inattese, contenute in quella relazione che per molti ha avuto il sapore di un atto di accusa. Così il sindaco, Luca Vecchi, interviene su quanto emerso nell’assemblea generale degli industriali di giovedì al Valli, durante la quale il presidente Unindustria, Mauro Severi, ha esposto una relazione dai toni quanto mai decisi: egoismi di parte, mancanza di visioni condivise e mentalità conservatrici, considerate da Severi come ostacoli da lasciare alle spalle, fino a restituire un quadro disarmonico e conflittuale che mina lo sviluppo della società reggiana.

Sindaco, si sente chiamato in causa?

«Innanzitutto dico che nella relazione di ieri ho trovato aspetti positivi e di disponibilità alla collaborazione, che raccoglieremo. Ma ho trovato anche analisi e valutazioni che ritengo ingenerose. Non tanto verso il Comune, quanto verso l’intera città. Vorrei che non perdessimo di vista un dato: Reggio non è avulsa dall’Italia e dall’Europa, che proprio in questo momento con Brexit sta vivendo un profondo malessere. Comprendiamo che alcune criticità del nostro territorio sono coerenti con il tempo storico che viviamo. Ma noi non stiamo a guardarci l’ombelico. Così rischiamo di farci travolgere dalla cultura del lamento, perdendo di vista quel tanto di positivo che la città riesce a generare. Per questo dico che è un giudizio ingeneroso rispetto alla città».

Si direbbe che i rapporti siano ai ferri cortissimi. È così?

«Ho già avuto modo di dirlo allo stesso Severi. Non sono d’accordo quando parla di un ecosistema che non dialoga».

Beh, Severi parla di “egoismi”?

«Personalmente, ho sempre pensato che questa città non si possa governare con la cultura dell’io e dell’uomo solo al comando. La storia di questa città è quella di un fare insieme, di un collettivo. Come per il CoRe, che lo stesso Severi giustamente evoca».

Sembra però che rispetto alla precedente amministrazione ci sia una cesura. Nella relazione si cita il Piano Strategico della giunta Delrio come fosse uno spartiacque.

«Mi fa piacere che Unindustria si sia accorta adesso di un piano del 2009, del quale io ho intuito sin da subito il potenziale, anche in quel caso guidato su iniziativa del Comune. Lo stile di questa amministrazione è sempre stato quello di cercare il giusto dialogo, ponendosi ad un livello di ascolto della comunità con tutti gli attori. Questo significa che ognuno fa la propria parte e che a nessuno è concessa la possibilità di avere la tentazione di dare lezioni. Non posso non ricordare come i rapporti tra enti e istituzioni, parlo anche dei rapporti tra Comune e Provincia, non sempre in passato abbiano avuto un grado elevato di dialogo come avviene ora. Il motivo di questo cambiamento? Questa amministrazione non ha la presunzione di poter fare tutto da sola».

Su, si cavi il dente. Vuole passare al contrattacco?

«Io accolgo la disponibilità di Severi a collaborare e costruire nuove strategie. Ma non posso non rilevare che gli uomini di Unindustria sono ai vertici di numerosi soggetti. Come in Camera di Commercio, Fondazione Manodori, la Stu, Rei. Se c’è un problema di dialogo tra gli attori di questa città forse è il caso che anche Unindustria faccia una riflessione. Ma non starei a drammatizzare. Ci sono davvero le condizioni per lavorare ad un piano strategico condiviso per la Reggio del 2025. Ma c’è un aspetto positivo che mi ha colpito della relazione».

Ovvero?

«Viene fatto un lungo elenco di progetti: dalle Reggiane a Mancasale, dall’Arena Grandi Eventi alla Reggia di Rivalta, dai Chiostri di San Pietro al Campus San Lazzaro, dal Core al Piano per il centro storico. È un portafoglio di progetti che valgono oltre 300 milioni di euro, tutti con risorse pubbliche. Non sono mica slide... Senza dimenticare la sanità, con i conti in ordine e la prossima fusione delle due aziende, il CoRe e il progetto del Mire. O la viabilità, come ad esempio la tangenziale nord. E poi le riqualificazioni di quartieri come Gardenia, Compagnoni. Siamo un’amministrazione che sta lavorando per il Welfare, l’innovazione, la cultura. Progetti che, insieme alla centralità della Mediopadana, tra qualche anno renderanno davvero profondi cambiamenti positivi. Se porto a sintesi tutti questi progetti, vedo due anni di lavoro solo del Comune...»

Sta dicendo che a latitare sono stati gli industriali?

«Mi limito a citare la dichiarazione del presidente Boccia, che parla di Reggio come un gioiello: un modello riconosciuto da quanti vengono nella nostra città, di cui dovremmo essere più orgogliosi».

Ok l’orgoglio. Ma si ricucirà lo strappo?

«Nel piano strategico delle grandi città europee, ci sono sempre investimenti e progetti pubblico-privati. Credo però anche che una città che vuol realizzare un piano non può pensare solo ad un portafoglio di opere, perché non deve perdere di vista il lavoro e le persone. La parte integrante del nostro piano dovrà quindi integrarsi anche con il patto del lavoro che la Regione ha condiviso nei mesi scorsi con tutti gli attori economici e sociali. Poi ci sono le persone. E su questo voglio rivendicare quanto stiamo facendo ad esempio su Santa Croce, riqualificando edifici con l’aiuto delle associazioni, vicino alle Reggiane, in un quartiere ad alto tasso di presenza di extracomunitari. Su questi aspetti mi piace citare don Daniele Simonazzi, quando dice che nella vita chi vuole occuparsi dei primi non deve perdere di vista gli ultimi. Per questo ritengo che dobbiamo continuare ad investire sui servizi educativi e sociali, mettendo al centro del piano anche questi quartieri».

Se la butta sulla religione, vuol dire che è disposto a perdonare tutto? Oppure ha altro in mente?

«I piani strategici delle città evidenziano criticità se si perdono poi di vista le persone e il loro quotidiano. Ma non voglio fare polemiche contro i privati. Credo però che ci debba essere una consapevolezza reciproca. Non si può evocare un piano di portata europea, parlare di idee comuni, poi tirare le fila e constatare che ci sono i progetti sono figli solo dell’iniziativa pubblica».

Insomma, ora l’appello lo lancia?

«Le faccio un esempio: la nostra fondazione E35, nata con l’intenzione di internazionalizzare la città con fondi europei, ha messo a sistema 20 progetti da 20 milioni. Al suo interno non ci sono gli industriali. Vogliono entrare? Anche questo, per me, vuol dire piano strategico. Gliene dico anche un’altra: la Mediopadana».

È uno dei pallini di Severi...

«Quando è stata inaugurata aveva sei treni e 400 posti auto. Oggi ne ha 44, con 900 posti auto e 2600 passeggeri».

Unindustria vorrebbe un park interrato...

«La Mediopadana ormai è un hub di area vasta. Ho già lanciato la proposta al presidente della Camera di Commercio. Ora la lancio agli industriali. Vogliamo risolvere il problema dei parcheggi e attuare il piano di sviluppo. Servono circa 3,5 milioni. Vogliamo farlo insieme? Altrimenti dovremo fare come con il palazzetto. Aspettare qualche settimana, senza risposte, fare con le nostre disponibilità, magari accenendo mutui. E mettendo ancora una volta gi investimenti solo sulle spalle del Comune».

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