A Pieve Modolena la chiamavano “signora”
La barista del “Dì di sì”: «Veniva ogni mattina a fare colazione, era una persona gentile e distinta»
REGGIO EMILIA. Alta, molto bella, capelli lunghi castano-biondi, sempre ben vestita.
Per tutti era Kimberly e la chiamavano signora, anche se non era certo un mistero che fosse una transessuale brasiliana. E quando la sua foto – ieri – è apparsa nei telegiornali nazionali come una delle due vittime del doppio omicidio avvenuto a Firenze, la trans è stata subito riconosciuta da alcuni clienti del bar “Dì di sì” che si trova proprio a fianco del palazzo di via Fratelli Cervi 38 – a Pieve Modolena – in cui viveva da otto anni la 45enne Kimberly (Gilberto Manoel Da Silva il suo vero nome) nell’appartamento al terzo piano (interno 11) che le era stato donato da un reggiano. Abitava da circa due anni con un’altra trans brasiliana quarantenne, che si fa chiamare Barbara.
«Sono molto dispiaciuta per quanto avvenuto – ci spiega la barista 54enne Antonietta Muto – perché conoscevo ormai da cinque anni Kimberly, cioè da quando ho il bar. Sapevo che faceva la spola fra Reggio e Firenze e mi aveva detto che nel capoluogo toscano aveva un appartamento. Nei periodi che rimaneva a Reggio veniva ogni mattina a fare colazione qui al bar e parlavamo di cose da donne: il trucco, le unghie, i capelli». Con la barista Kimberly parlava anche un po’ di sè: «Non entrava nel merito della sua attività – precisa subito Antonietta – ma era una bella persona, generosa specialmente con la sua famiglia che aiutava inviando soldi in Brasile. Aveva aiutato il padre che era rimasto senza gambe e con quei quattrini aveva potuto permettersi le protesi. So che aveva anche dei fratelli in Brasile. Una persona distinta, mi sembra incredibile che le sia accaduta una cosa simile».
Nel palazzo dove la trans abitava sanno ben poco, anche se qualcosa avevano intuito: «Non abbiamo mai capito in quanti vivessero in quell’appartamento al terzo piano – racconta una vicina – e ci eravamo accorti che di notte c’era uno strano andirivieni. Era chiaro che vi abitassero dei trans, comunque educati e riservati. Ma non siamo mai andati al di là di buongiorno e buonasera».
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