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Dal maxi appalto finto all’estorsione

Il racconto di un procacciatore d’affari, per la Dda pagò 50mila euro. Ma Villirillo e Manfreda negano: «Mai incontrato»


30 giugno 2016 di Tiziano Soresina


REGGIO EMILIA. Un maxi appalto da 10 milioni di euro che si svelerà fasullo, una tangente da 500mila euro che intascherà – per “facilitare” l’aggiudicazione di quel fantomatico appalto – un avvocato che avvocato non è, come non è un commercialista ma “solo” un fotografo una persona che avrebbe partecipato a degli incontri – in parcheggi alle uscite autostradali dove giungevano auto di lusso in serie – che per gli inquirenti non erano altro che le “tappe” di un’estorsione con metodi mafiosi nei confronti del procacciatore d’affari veneto 58enne Stefano Neffandi.

Secondo l’accusa gli incontri – tra il 2011 e il 2012 – servivano a recuperare una parte di quel mezzo milione pagato come tangente ed andato in fumo a causa dell’affare fantasma. Coinvolti per gli investigatori il 38enne Romolo Villirillo (che per questa come altre vicende dell’inchiesta Aemilia, è stato condannato a 12 anni di reclusione in udienza preliminare a Bologna) e il 41enne Pasquale Battaglia (pure lui già condannato a Bologna, ma a 8 anni e 4 mesi di reclusione). Però per la Dda sono invischiati in questa storia altri due cutresi, ora alla sbarra a Reggio. Sono accusati di estorsione, senza il marchio della associazione ’ndranghetista. Si tratta di Francesco Manfreda, 44 anni, muratore (difeso dagli avvocati Claudio e Annalisa Bassi) e Giuseppe Villirillo, fotografo, 29 anni (assistito dall’avvocato Carmine Migale). Vivono entrambi nel Reggiano e sono liberi: per l’accusa Villirillo sarà conosciuto dal testimone Neffandi come «il cugino» di Romolo (quest’ultimo figura di spicco del clan, poi arrestato e caduto in disgrazia). I due imputati, non ancora interrogati nell’aula bunker, escludono di essere stati a quegli appuntamenti. E le domande dei loro difensori al testimone sentito per quasi quattro ore hanno evidenziato l’effettiva difficoltà a collocarli in quegli appuntamenti ai caselli, non solo perché Neffandi conosceva con certezza solo Romolo Villirillo («Il signor Romolo» come lo chiama lui più volte in aula), mentre degli altri accompagnatori («Figure di contorno, non parlavano mai») sa solo i nomi di battesimo: Pasquale, Giuseppe, Salvatore, Franco. E, secondo i difensori, anche le foto che gli sono state mostrate non portano al riconoscimento dei due imputati.

Tutto inizia – racconta in aula Neffandi – quando, nel 2011, viene a sapere che il ministero della Giustizia sta preparando un appalto da 10 milioni, per la manutenzione di importanti tribunali italiani. Neffandi, all'epoca agente immobiliare, segnala la cosa a due imprenditori, Claudio Faccioli ( idraulica) e Vanni Giorgi (elettricità). Attraverso il veronese Giovanni Rampello, conosciuto quando lavorava in Fininvest, si sa che c'è un avvocato di Bari, tale Giuseppe Mei, che ha conoscenze al ministero e che può favorire le due ditte. L' avvocato è chiaro: vuole dai due 250 mila euro a testa, in tre fasi. Una subito, la seconda al momento dell'aggiudicazione, la terza alla firma del contratto. Un falso contratto ma una tangente bella e buona che Neffandi non denunciò: «Ma io ero solo un tramite, e poi dall'affare se andava bene avrei dovuto guadagnare qualcosa anch'io». Per procurarsi tutti quei soldi Faccioli – secondo il testimone – ricorre agli usurai. Quando i due imprenditori scoprono che è tutta una bufala, Giorgi denuncia Neffandi per truffa. L'imprenditore fornisce le proprie spiegazioni ai carabinieri e la sua posizione viene archiviata. Faccioli reagisce in modo diverso, cioè si mette a pressare Neffandi raccontandogli di essere minacciato dagli strozzini. E’ a quel punto che appare Romolo Villirillo. Neffandi ha detto ieri che il calabrese gli aveva fatto capire di avere alle spalle una potente organizzazione («Se ti dicono che sono dovunque, che sanno come far pagare l’avvocato, o la moglie o i suoi figli, non pensi che sia un’organizzazione di matrimoni...») e che in Calabria chi presenta una persona ad un altro è poi responsabile, quindi che era stato lui a mettere nei guai Faccioli. Per cui adesso doveva dare i soldi a lui, Villirillo, al quale Faccioli aveva ceduto il credito. Si “accontentava” di 50 mila euro, quasi totalmente pagati da Neffandi fra contanti e cambiali: la parte restante se la sarebbe fatta dare dall'avvocato. Ma poi Villirillo fu arrestato in Calabria per un'altra estorsione.

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