Operazione Totem, scattano 24 arresti
Nella rete anche Francesco Gigliarano: nel 2012 accoltellò un giovane davanti al “Lolita” a Poviglio
REGGIO EMILIA. L’operazione Totem è scattata all’alba di ieri mattina e ha portato all’arresto di 24 esponenti del clan Giostra che operava nel settore delle scommesse e del gioco d’azzardo con corse clandestine di cavalli. Mobilitate decine di uomini, tra carabinieri e poliziotti, coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia (Dda) di Messina. Il blitz tra Sicilia, Sardegna e Mantova. Tra gli arrestati anche Francesco Gigliarano, 43 anni, nato e residente a Isola Capo Rizzuto, ma da tempo domiciliato a Viadana dove vive con la convivente e dove aveva gestito un bar con sala giochi-scommesse e una tabaccheria. Gigliarano si fece conoscere quattro anni fa anche nel Reggiano. Tutto accadde all’alba nei pressi del night club “Lolita” di Poviglio, dove si fronteggiarono due gruppi di persone. Una decina i contendenti, tra i 18 e i 40 anni d’età. Da una parte, coalizzati, napoletani e lucani, dall’altro calabresi. Dagli insulti i due gruppi passarono ben presto passati alle mani, e spunto anche un coltello. Ad avere la peggio un 24enne originario della provincia di Potenza, Vito Delfino, residente a Campegine. Il giovane era stato accoltellato al torace e a una coscia proprio da Francesco Gigliarano. La maxi rissa di Poviglio terminò con l’arrestato dell’accoltellatore, accusato di tentato omicidio, e la denuncia di sette persone.
Quanto all’operazione Totem, l'operazione è stata portata termine nelle province di Messina, Catania, Enna, Mantova e Cagliari. I destinatari del provvedimento (venti in carcere, tre ai domiciliari e uno con l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria) sono accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, concorso esterno in associazione mafiosa, trasferimento fraudolento di valori, estorsione, detenzione illegale di armi, esercizio abusivo di attività di gioco o di scommessa, corse clandestine di cavalli e maltrattamento di animali, aggravati dalle modalità mafiose.
«I carabinieri - ha spiegato il colonnello Iacopo Mannucci Benincasa, comandante provinciale dei carabinieri di Messina - hanno restituito allo Stato quei beni confiscati che, grazie alla complicità dei loro amministratori giudiziari, erano rimasti nelle mani delle cosche messinesi. Si tratta di società e imprese sottratte alla mafia nel 2011, che continuavano ad essere gestite direttamente da alcuni prestanome dei clan, garantendo ogni mese introiti illeciti per centinaia di migliaia di euro».
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