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Montipò: "La mia Reggio è il pistone dell'Emilia"

Stefano Scansani
Montipò: "La mia Reggio è il pistone dell'Emilia"

L'intervista del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani, al fondatore e presidente di Interpump Group

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REGGIO EMILIA. Figlio d’emigranti, montanaro di Baiso, sociologo, re delle pompe per applicazioni industriali, Fulvio Montipò è un uomo che dice le cose senza ricorrere agli arabeschi e alle mezze tinte. Eppure cita il rosé per dipingere il presente.

Montipò, fondatore presidente di Interpump Group di Sant’Ilario d’Enza, avvista nella crisi un tale shaker di diversità, culture, tensioni e aspettative che qualcosa di buono dovrà pur fornire: un rosé appunto, molto italiano, assai vicino al sentire di Montipò che ho intervistato nel suo studio-ufficio-salotto-atelier-auditorium sulla via Emilia.

Per qualche ora l'imprenditore nato a Baiso nel 1944 solfeggia la sua filosofia citando Max Weber, il rispetto per la cultura contadina e gli operai, ricordando che quando cominciò non aveva una lira, e di essere ancora povero, perché «chi nasce povero non diventa mai ricco».

E il pianoforte a mezzacoda là in fondo? Aveva cominciato a prendere lezioni quando sostenne la carriera di Bocelli, e su quella tastiera il tenore si esibisce quando passa per Sant’Ilario, solo per Fulvio. Che ci svela i progetti di fortificazione ed espansione del Gruppo e il suo giudizio su Reggio. Giudizio partecipativo.

Interpump Group è un’azienda leader nel mondo. Cos’è che ha fatto procedere la sua azienda nonostante la crisi? Sveli la ricetta.

«Ricette credo non ne esistano. Fare cose buone significa realizzare imprese armoniche. L’azienda è un’orchestra e di conseguenza ha bisogno di idee, progetti e fatti che funzionino coordinati. Le ricette non ci sono: non possiamo comprare un poco d’aglio e basilico e garantire il piatto. È necessaria una serie di componenti e di virtù. Per primo il buonsenso che io considero “la virtù primaria”. Nel buonsenso c’è pure l’umiltà che crea consapevolezza che il più bravo è quello che sbaglia meno, che non bisogna essere presuntuosi. Certo, guidando un’azienda bisogna anche essere determinati. Qui si vive tutto in diretta».

Il futuro di Interpump?

«Il desiderio è immutato e proporzionale: oggi l’azienda è una realtà mondiale, raccoglie stima e reputazione da tutti i Paesi del mondo. Questa ricchezza va spesa bene, bisogna farla più forte e più grande».

Oltre la determinazione nella sua ricetta c’è passione.
«Beh, certo, quando si fa una cosa con determinazione c’è passione. E questa spesso è il risultato delle richieste pressanti, del lavoro quotidiano. Cresce con l’attività».

Altro fattore: l’importanza del sistema Reggio. Che peso ha questo ambiente con il suo carico di caratteri nella fortuna imprenditoriale?

«Non ho mai perso occasione di dire e confermare che Interpump non poteva che nascere e crescere a Reggio. In questa terra ci sono conoscenza e dedizione diffuse che hanno consentito la realizzazione del progetto che avevo in testa, contando sul sapere della nostra gente. I reggiani con il lavoro e le piccole aziende hanno imparato in maniera superba il loro mestiere. Qui è possibile fare un albero a camme con facilità, si sa come lavorare una biella. È un territorio formidabile, c'è un sapere diffuso che non ha eguali. Vede? È qui la forza della nostra terra».

Continua a sentirsi debitore della gente e della sua storia…

«Non c’è dubbio. Io sono partito senza una lira. La mia gente mi ha aiutato, perché ha fiducia, e questo è un talento della cultura contadina, che ha durezza e spigoli, ma anche generosità. Ricordo che mi dicevano “non si preoccupi, lo stampo glielo facciamo, poi lei ce lo pagherà, perché lei è un cavallo di razza”.
Io sono affezionato a Reggio per mille motivi. Il primo è la mia storia di famiglia di emigranti. In casa mia ho sentito tutte le nostalgie. La mia scuola è quella di chi si è privato per molto tempo della propria terra per andare a guadagnare il pane».

Ci sono due velocità? Quella del suo Gruppo e quella delle decisioni politiche?

«Certo. Il mondo della politica è diverso da quello delle imprese. L’azienda ha dei ritmi imperativi che bisogna mantenere, se no si arriva tardi, anche quando sei veloce. In azienda non si può dire vedremo o faremo. L’imperativo è decidere e mantenere i ritmi, subito. Il potere politico è molto più complesso e ha altre difficoltà. Sono mondi difficilmente rapportabili».

Lei ha molti interessi immobiliari. Il progetto in centro storico è stato rilevante. Procede o è finito lì?

«L’interesse era generato dalla mia passione per la città e per il fatto che nel centro storico c’era un’area morta. Ecco, scusi il gioco di parole, ma quel cuore morto mi stava a cuore. Ha vinto il sentimento bambino di recuperare una importante porzione di Reggio. E credo che si concluderà qui. Io non ho vocazioni immobiliari».

La voce che circola su un suo interesse sullo stabile della Banca d’Italia non è fondata?

«Al momento senz’altro no. Quello è un bell’immobile. Potrebbe essere oggetto di pensieri o progetti. Ma le difficoltà di utilizzo di un fabbricato di quel tipo richiede un progetto preciso che io non ho assolutamente nella testa».

C'è chi dice che servirebbe un Montipò per far diventare lo stabile della Banca d’Italia il perno del sistema museale e culturale della città.

«Ho interessi culturali. Penso di non esserne privo. Del resto la convenzione che ho firmato e le cifre che ho elargito all’amministrazione per l’intervento fatto in centro sono destinate alla riqualificazione dei musei e dei chiostri di San Pietro. Il mio obiettivo è quello di far forte la mia impresa. Ad essa dedico tutte le mie disponibilità e le mie energie».

I suoi colleghi imprenditori attraverso Unindustria indicano la formazione dell'area vasta Mediopadana come il futuro. Realtà o utopia?

«È probabilmente tutte queste cose insieme. I sogni sono del resto il motore del fare e del vivere. Senza sogni non andiamo da nessuna parte. Abbiamo bisogno di utopie. La realizzazione della stazione Mediopadana è stata una visione lucidissima che poteva apparire sproporzionata o fuori tempo. Invece no, è diventata un pilastro formidabile per il sistema infrastrutturale che porta Reggio a essere collegata a Milano, Torino, Bologna, Roma in tempi metropolitani. Reggio ha più risorse della province confinanti, è proprio per quella diffusione di sapere, per quella moltitudine di attività che qui si sono prodotte e quindi di uomini e donne che si misurano tutti i giorni col fare. Questa è una ricchezza straordinaria».

Saggio, filosofo, contadino perché lei dice pane al pane e vino al vino. Che cosa non va a Reggio?

«Ho un’avversione per gli elenchi di quello che non funziona, perché se la lista non è seguita da proposte positive e risolutive appare come un elenco di lamenti sterili. È un approccio da lamentazioni inutili. Certo anche Reggio paga un tributo altissimo per il sistema Paese più che per quello locale. Io a Reggio di grandissimi vizi non ne vedo. Certo c’è crisi, c’è il dramma in settori della cooperazione, c’è qualche ritardo di adeguamento, i mercati e le persone mutano, ma ripeto, qui paghiamo alto il prezzo di un sistema Paese dove il diritto non è chiaro, la burocrazia rallenta ogni cosa . Tutto è basato su un fondo di sfiducia fra cittadino e Stato».

In lei coabitano un solo o due Montipò: cita la povera gente come dato di provenienza e coesiste il fatto che lei è ricco, probabilmente il reggiano più ricco…

«Guardi che chi nasce povero non diventa mai ricco. Chi cresce nella cultura della povertà e pertanto impara il rispetto del pezzo di pane o della fetta di salame avanzata, è felice quando può godere di una piccola cosa che gli suona abbondante. Io ho coscienza di tutti i privilegi che ho acquisito, quindi traduco la ricchezza come una dimensione di libertà. Il denaro è un’energia, e la ricchezza è uno stato morale, come la mia che è una ricchezza pulita della quale vado orgoglioso e fiero: per metà l’ho data alla mia comunità attraverso le imposte. Questo mi riempie di civile fierezza».

Qual è lo stato di salute dei suoi rapporti con l'amministrazione di Reggio?

«Non ne ho avuti molti, se non legati ai miei interventi nel centro. Sono stati sempre improntati alla chiarezza. Non ho appunti da muovere se non che anche loro, gli amministratori, fanno quello che possono a fronte delle disponibilità, di quel pacco di norme burocratiche terribili».

Un argomento che è all'ordine del giorno è quello delle infiltrazioni mafiose. Davvero questa provincia non aveva gli anticorpi per prevenire, fermare sul nascere, questo fenomeno?

«Un mondo sano, una collettività sana, fanno più fatica a difendersi perché istintivamente pensano che anche gli altri - per i quali ci sono sempre state le porte aperte - siano altrettanto sani. Chi è onesto è meno attrezzato a pensare che colui che si insedia qui sia disonesto. Questo ha ritardato la scoperta, non ha prodotto anticorpi e reazioni tempestive. Io attribuisco la cosa alla buona fede e alla pasta dei reggiani».

E i suoi amati cavalli dove li ha lasciati?

«Sono stati un’esperienza. Un innamoramento casuale, com’è casuale quasi tutto nella vita. Mi piaceva l’idea di allevare non solo suini, ma anche cavalli da corsa. L’ho fatto per dieci anni e non rimpiango l’esperienza. Ho deciso che questo mondo dei cavalli, così bello e così straordinario, nel contesto organizzativo nazionale non funziona: demotiva anche il più testardo degli appassionati. Nessuno cura le infiltrazioni nel mondo delle scommesse, i controlli antidoping, ci sono regolamenti blandi. È stata un’esperienza bellissima, ho goduto dell’attività sportiva e dell’esperienza umana».

Alla Gazzetta il presidente di Confindustria Boccia ha detto che in Italia serpeggia un sentimento anti-industriale, e la segretaria della Cgil Camusso ha affermato che la classe operaia è stata resa invisibile. Lei che ne pensa?

«Sono indicazioni di parte e come tali vanno prese. Penso che fare impresa in Italia sia difficile. Boccia ha le sue ragioni. In questo Paese uno che vince molto è un peccatore, dimenticando che questo il più delle volte è diventato ricco spendendo l’intera vita e tutte le sue energie per la sua impresa. Fa parte della cultura d’Italia, dove è più facile che un cammello passi dalla cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli. Questa è un’aberrazione. Io invece ricorro al capolavoro di Max Weber sull’etica dei principi e l’etica della responsabilità dove l’eletto è invece identificato dalle sue opere».

Come lo vede il travaglio di questo nostro Paese?

«Quando si dice che è un Paese cattocomunista è vero. Il mix è originario, lo caratterizza. L’Italia oggi è culturalmente rosé. Ma guardi che lo leggo e lo esprimo come un fatto assolutamente straordinario, positivo. Per il risultato del mix, inteso come incontro di diverse culture. Nello shaker i liquidi assumeranno un colore nuovo, temperandosi da una parte come dall’altra. È quello che avviene anche con la globalizzazione, dove si incontrano le idee, gli uomini, le culture. Alla fine, quando avremo superato il tempo dell’agitazione sortirà un colore unico che darà speranza per un mondo migliore».
Stefano Scansani
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