Gazzetta di Reggio

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Il trasloco? Ora la meta è Cremona

di Ambra Prati

È la proposta dell’ad, in alternativa a Pordenone, agli operai che da 12 giorni presidiano l’azienda

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REGGIO EMILIA. «Una trattativa in salita che rischia di essere dimezzata se chi è seduto al tavolo non ha autonomia decisionale»: questo il commento del vicesindaco Matteo Sassi. Intanto si è concluso con una proposta di trasloco a 150 km, anziché a 300 km di distanza – proposta respinta al mittente dai lavoratori, ieri pomeriggio riuniti in assemblea – l’incontro, il primo con la proprietà, tra i vertici manageriali del gruppo Maschio Gaspardo e i lavoratori Unigreeen, l’azienda di Roncocesi occupata da 12 giorni. Alla base della protesta la decisione, da parte della proprietà, della delocalizzazione forzata dei 40 dipendenti a Morsano sul Tagliamento (Pordenone) a partire dal primo settembre.

IL TAVOLO. L’incontro interlocutorio è iniziato ieri mattina alle 9.20. Mentre allo stabilimento di Roncocesi l’occupazione era assicurata da una decina di manifestanti e una trentina di lavoratori presidiava piazza San Giovanni (una delle sedi della Provincia), all’interno si sono seduti intorno a un tavolo i top manager (Massimo Bordi, ad ex Ducati e Giovanni Ferrari, direttore operativo), per la Regione Roberto Ferrari, per la Provincia Vanni Salatti e Armando Sacchetti, per il Comune il vicesindaco Matteo Sassi e per i lavoratori i sindacalisti Fiom Ciro D’Alessio, Simone Vecchi e Marcello Vita. La seduta è durata poco più di un’ora e mezza: alle 10.40 l’uscita, con l’ad che davanti ai lavoratori schierati dietro allo striscione “Insieme si vince” si è limitato a dichiarare: «Abbiamo fatto una proposta concreta che ora vi riferiranno, noi abbiamo grande rispetto per i lavoratori» allontanandosi subito in un coro di “buuhh”.

I COMMENTI. La proposta dell’azienda – la quale, di fronte alla richiesta se sono necessarie ore di Cigs, ha risposto di no, a dimostrazione che il lavoro c’è – è stata quella di trasferire i lavoratori reggiani a Cremona, in altro stabilimento con 130 dipendenti.

Non sono scesi nel dettaglio, i vertici, ma hanno dichiarato che per loro «non è razionale mantenere un’unità operativa a Reggio». «Questa strada implica la chiusura qui – ha commentato Simone Vecchi della Fiom –. Hanno ribadito l’incentivo di 500 euro al mese (300 euro lordi per due anni) per chi si trasferisce, ma è comunque uno stravolgimento delle condizioni oggettive delle famiglie». Le controparti hanno fissato un altro appuntamento per domani, ore 13, sempre in Provincia, per confrontarsi dati alla mano sull’antieconomicità della fabbrica di Roncocesi. Fumata nera, quindi; ma intanto l’occupazione della fabbrica – vista con preoccupazione dall’azienda, perché la produzione è ferma – un primo risultato l’ha ottenuto: quello di far scendere a Reggio i vertici del gruppo. «Sì, ma per noi il risultato vero è tenere la produzione in città – replica Vecchi –. Il presidio permanente e il blocco delle merci proseguiranno fino al raggiungimento di una soluzione condivisa».

LO SCENARIO. L’impressione è che al tavolo mancasse una parte importante: i 24 istituti bancari che, un anno fa, nominarono gli attuali manager con il compito di ridurre l’indebitamento del gruppo (all’epoca 250 milioni, ora 200, manca ancora una sforbiciata da 60 milioni). Sullo scacchiere dell’economia di scala globale (il gruppo ha sedi in India e Cina), Reggio pare poca cosa. «Se la proprietà ha già assunto un impegno nei confronti delle banche, mettendo una “x” sulla piccola sede reggiana, allora lo scenario è già dato – afferma Sassi – se invece la direttiva è di rendere più efficiente la produzione (il capannone di Roncocesi è senza dubbio sovradimensionato), qualche margine esiste. Purché gli attori intorno al tavolo possano decidere».

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