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Parchimetri anti abusivi: «Così il Comune ci farà morire di fame»

Parchimetri anti abusivi: «Così il Comune ci farà morire di fame»

I parcheggiatori accusano l’amministrazione di Reggio Emilia: «Non abbiamo lavoro, stiamo qui per non rubare»

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REGGIO EMILIA. I tecnici di Til – Consorzio Tea, i soggetti titolari della gestione della sosta nel parcheggio Santa Maria Nuova, hanno cominciato a installare da poco i parchimetri con obbligo di inserire la targa. Provvedimento che debellerà la pratica dello scambio dei ticket da parte dei parcheggiatori abusivi.

E proprio loro, i diretti interessati, osservano da lontano i nuovi strumenti che li priveranno delle loro entrate. Sono raggruppati in un angolino, all’ombra di un pino, in una delle aree dove le macchinette ancora non sono state sostituite. Parlottano fra loro, sono visibilmente agitati, e quando ci avviciniamo inizialmente non vogliono parlare.

Uno di loro poi si convince, chiede di parlare in inglese perché riesce a spiegarsi meglio. Si chiama Tony John, ha 32 anni ed è in Italia da cinque. Ha una moglie e un figlio che vivono qui con lui. «Io sono regolare - ci racconta come prima cosa - sono scappato dalla Libia per la guerra. Lì saremmo morti tutti. In quel paese lavoravo, ero bravo in quello che facevo, da quando sono qui non mi assume nessuno. Ogni giorno chiedo in giro ma non ci vuole nessuno. Noi siamo qui perché non vogliamo rubare e non vogliamo andare in giro a spacciare per vivere. Lo scambio dei biglietti ci dava quei dieci euro al giorno che ci davano una mano e adesso ci impediscono anche questo».

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Indica la nuova macchinetta, John, mentre sventola una mazzetta di ticket che fra poco non avranno più alcun valore. La voce si alza e comincia a gesticolare vistosamente: «Il Comune deve togliere il sistema con le targhe. Ci stanno impedendo di vivere, ci faranno morire di fame».

La discussione si fa più accesa ma sempre civile, si avvicinano altri amici dell’uomo attirati dalla nostra conversazione. Vogliono dire la loro, le voci si sovrappongono e diventa difficile distinguere le parole pronunciate in un inglese dalla cadenza africana. Finché su tutti non si impone Benson Slibar. È il più grande fra loro, ha 47 anni e dei ciuffi brizzolati e sembra esercitare una qualche autorità. «Qui siamo tutti cristiani – racconta – e in Libia ci avrebbero sgozzati. Siamo persone oneste, ci arrangiamo qui nel parcheggio per non dover cadere nella criminalità. E ora? Non lo so proprio cosa faremo». (l.g.)

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