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«Un cliente era entrato armato in filiale»

«Un cliente era entrato armato in filiale»

Il capo degli ispettori rievoca le tensioni quando si scoprì l’ammanco: «Pietrate, minacce di morte»

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REGGIO EMILIA. Ai primi di settembre di sette anni fa scoppiò lo scandalo del maxi “buco” alla filiale Unicredit di via Gattalupa e il clima che si respirò per giorni nell’istituto di credito è stato ieri efficacemente descritto – in aula – da Alessandro Tassoni che ha diretto il pool di ispettori della banca: «Fra i dipendenti c’era molta preoccupazione – spiega il testimone – e siamo stati costretti ad interessare la prefettura di quanto stava accadendo per chiedere un presidio della zona».

Ma cos’era accaduto? «Pietre contro le vetrate, manganellate, un cliente era entrato armato in filiale. Clienti violenti, arrivati alle minacce di morte e per garantire la sicurezza avevamo assoldato delle guardie. E per proteggere i dipendenti che erano in quella filiale da più tempo, ne era stata decisa la sostituzione». Una clientela beffata molto varia «da quelli con scolarizzazione bassa se non in condizioni economiche difficili, per arrivare a personaggi di rilievo nel mondo economico come il dottor Erminio Spallanzani».

E per il polverone che si alzò per i mega ammanchi «vennero presi dei provvedimenti disciplinari nei confronti dei cassieri ed alcuni vennero licenziati». Proprio relativamente ai cassieri, sempre Tassoni ha parlato stigmatizzandone «l’usanza della filiale» dei prelievi in cassa senza la presenza dell’interessato. «La direttrice con il cliente in ufficio si recava in cassa con documenti firmati per prelevare i soldi».

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