Unigreen, rotto il tavolo della trattativa. La proprietà: «A Reggio si chiude»
Fumata nera al secondo incontro in Provincia nella difficile vertenza. L’azienda conferma il trasferimento a Cremona, ora la lotta si accentua
REGGIO EMILIA. Unigreen: fumata nera, ieri, al secondo incontro con la proprietà, organizzato dalla Regione, in Provincia. La vertenza sindacale della fabbrica di Roncocesi – occupata dai 40 dipendenti dal 30 giugno scorso, quando era stato annunciato il trasferimento a Morsano sul Tagliamento (Pordenone), poi lunedì scorso trasformato in trasferimento a Cremona – è di fatto bloccata: una stasi paludosa, di fronte alla quale gli occupanti non demordono.
«La nostra protesta va avanti a oltranza, anzi ci sarà un’escalation del conflitto, allargheremo la rivolta alle altre sedi del gruppo, per portare la questione fuori dai confini reggiani», è stato il commento a caldo dei sindacalisti Fiom.[[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:reggio:cronaca:1.13816690:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/reggio/cronaca/2016/07/14/news/ex-unigreen-l-azienda-ora-riapre-al-confronto-1.13816690]]
Due ore di discussione (dalle 13 alle 15.15) non sono bastate a individuare uno spiraglio di trattativa. Al contrario: ieri l’avvocato e la responsabile personale del gruppo – in assenza dell’amministratore delegato Massimo Bordi, il quale aveva dato un mandato inequivocabile – al momento di sedersi intorno al tavolo, hanno parlato di «scelta irrevocabile di chiudere lo stabilimento di Reggio», che non può essere messa in discussione in un tavolo negoziale.
Doveva essere un confronto, dati alla mano, sulle possibili soluzioni alternative all’abbandono della fabbrica di via Rinaldi (che, come hanno ribadito i rappresentanti della società, è in utile e totalizza 7 milioni di fatturato all’anno); invece l’incontro si è risolto in un muro contro muro, che ha confermato come la direttiva abbia ben poco a che fare con il costo del capannone e come il tutto sia riconducibile a una strategia globale della Maschio Gaspardo, nelle mani di 24 istituti di credito che, a fronte di un debito di 250 milioni di euro, impongono «un aumento di efficienza e un recupero di marginalità», ovvero altre sforbiciate.
«Nessun passo avanti – ha commentato all’uscita un Simone Vecchi (Fiom), scuro in volto – la posizione dell’azienda rimane quella del trasferimento a Cremona, noi rimaniamo dell’idea che si tratti di un licenziamento mascherato e di una opzione che, nell’ultima assemblea, i lavoratori hanno deciso di rifiutare. La proprietà ci ha chiesto di smetterla con il blocco della fabbrica, altrimenti non sussistono le condizioni per trattare: a questo ricatto rispondiamo che, se finora abbiamo cercato il dialogo, ora prenderemo altre strade».
Il vicesindaco Matteo Sassi, presente al tavolo, ha confermato che «non sono emersi elementi nuovi, il negoziato non è nemmeno partito».
Ora i lavoratori dovranno stabilire quali nuove iniziative di lotta intraprendere. Intanto hanno riscosso la solidarietà del segretario del Pd reggiano, Andrea Costa, che si è fermato ad incoraggiare i manifestanti, e del presidente della Regione Stefano Bonaccini, accompagnato dal presidente della Provincia Gianmaria Manghi. Ma, di fronte a diktat di una proprietà privata, le istituzioni non possono andare al di là di una pacca sulla spalla, e un nuovo incontro con la proprietà – che di fatto ha rotto il tavolo della trattativa – non è stato calendarizzato.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
