Gazzetta di Reggio

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Strage di Nizza, il racconto del reggiano scampato all'attentato

di Elisa Pederzoli
Strage di Nizza, il racconto del reggiano scampato all'attentato

Renato Sala e la moglie erano sulla Promenade: "Mi sento quasi in colpa ad essere vivo, il camion a pochi metri da me"

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REGGIO EMILIA.«Mi sento quasi in colpa per essere vivo». Enrico Sala, insegnante di lettere in pensione originario di Lecco ma da 9 anni a Fabbrico, dove è stato consigliere comunale con Rifondazione comunista fino al 2011, e la moglie Ornella Sacchi sono dei sopravvissuti. C’erano anche loro sulla Promenade des anglais, a Nizza dove hanno casa, giovedì quando un attacco terroristico ha seminato panico e morte. Lo contattiamo telefonicamente. A poche ore dalla tragedia, ci racconta quello che ha visto.

Sala, lei e sua moglie dove vi trovavate?
«Noi siamo andati al concerto che c’è sempre il 14 luglio in place Massena. Poi, siamo scesi sulla Promenade per vedere i fuochi d’artificio e c’era come al solito un mare di gente, soprattutto famiglie con bambini. Fino alla settimana scorsa era qui anche nostro nipote, che ha 11 anni. L’anno scorso li abbiamo visti assieme a lui. Meno male che invece stavolta lo abbiamo riportato a Fabbrico prima».

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L’assalto è avvenuto quando lo spettacolo pirotecnico è terminato?
«Sì, quando hanno acceso le luci e anche noi ci siamo avviati verso a casa, a piedi. Ma siccome sulla Promenade c’erano una serie di palchi dove suonavano, ci siamo fermati a sentire del jazz, davanti all’hotel Westminster. A un certo punto, ho visto un camion bianco che è passato a pochi metri da me. Ho detto a mia moglie: “Cosa ci fa un camion che è tutto pedonalizzato?”. È stata lei a dirmi: “Renato stanno sparando, stanno sparando fuori dal finestrino!”. Per fortuna che eravamo vicini a una scaletta e ci siamo buttati giù, sotto la Promenade, sulla spiaggia. Ci siamo messi attaccati muro perchè sparavano, i proiettili ci passavano sopra. Ma sentivamo e vedevamo gente che urlava. Siamo risaliti dalla scaletta che praticamente è di fronte a casa nostra».

Cosa avete visto a quel punto sulla Promenade?
«Abbiamo visto una sequela di corpi sparpagliati, alcuni già coperti da un telo. L’unica che abbiamo visto viva era una signora, che perdeva sangue dalla testa e che stava già ricevendo soccorsi. Noi siamo corsi a casa e ci siamo chiusi dentro. Abbiamo avuto freddo tutta la notte. La cosa che mi ha colpito è questo freddo che ci è rimasto addosso. Solo ora siamo usciti, per non restare chiusi dentro».

Il giorno dopo quello che è successo, come è la situazione a Nizza?
«È tutto bloccato. Dove c’erano i morti hanno messo questi gazebo uno dietro l’altro, forse per i rilievi. Una nostra amica italiana che lavora in ospedale ci ha raccontato che l’hanno richiamata in servizio la notte scorsa. Ci ha telefonato. Piangeva. Ha detto che non ha mai visto una cosa del genere. È tornata a casa al mattino, ha fatto una doccia, poi è di nuovo ripartita per l’ospedale. Ci ha detto che c’erano tanti bambini feriti. E anche tanti bambini musulmani, perchè qui ci sono tante famiglie musulmane. Questo massacro ha colpito anche loro...».

Avete capito subito che era un attacco terroristico?
«Sì, assolutamente. Sia per le modalità, che per il giorno, proprio il 14 luglio. Ma i controlli ci sono sempre, da qualsiasi parte in strada. Ci sono metal detector, come in un’aeroporto: neanche un temperino ti puoi portare. Neanche il mio cagnolino hanno fatto passare una volta. I controlli ci sono, ma se poi uno passa con un camion e sfonda tutto come fai?».

Cosa avete deciso di fare: rimanete o tornate a Fabbrico?
«No, restiamo qui. Mi sento impotente, so che tutto questo è conseguenza di tante situazioni sociali, politiche, che non viene da uno che improvvisamente impazzisce, e dietro ci devono essere menti più strategiche. Ma mi rifiuto di pensare e sentire quello che loro vogliono farmi pensare e sentire. Non è perchè è successo questo che mi metto a scappare. È proprio quello che vogliono».

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