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Operazione Zarina, chieste condanne fino a 16 anni

Operazione Zarina, chieste condanne fino a 16 anni

L’inchiesta partì da una denuncia di Enrico Bini, all’epoca presidente della Camera di Commercio. Sentenze a settembre

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REGGIO EMILIA. Condanne fino a 16 anni di carcere per reimpiego di capitali di provenienza illecita e intestazione fittizia di beni, con l’aggravante di aver agito per agevolare un’associazione mafiosa. È quanto chiesto dal pm di Bologna, Francesco Caleca, nell’udienza del processo nato dall’operazione “zarina”, centrata sul riciclaggio di beni delle cosche di ‘ndrangheta per portare avanti affari in Emilia, tramite società intestate a prestanome e attive nei settori dell’autotrasporto e nel movimento terra.

Un’inchiesta nata da una denuncia-esposto del sindaco di Castelnovo Monti, Enrico Bini, all’epoca presidente della Camera di Commercio, che nell’aprile 2014 portò a 13 arresti e a un sequestro di beni che sfiorarono i 13 milioni di euro.

La richiesta più pesante è per il 40enne Michele Pugliese, detto “la papera”: per lui, considerato esponente di spicco delle cosche Arena e Nicoscia di Isola di Capo Rizzuto e ritenuto il regista delle operazioni illecite, il pm chiede 16 anni.

Per gli altri imputati, molti dei quali componenti della famiglia Pugliese, le richieste sono più miti. Nel dettaglio, sono stati chiesti nove anni per l’ex compagna di Pugliese, Caterina Tipaldi. È lei per gli inquirenti la “zarina”, che manteneva per conto di Pugliese i contatti con i prestanome nel territorio emiliano quando l’ex compagno venne arrestato nel 2010 a Santa Vittoria, nell’ambito dell’operazione Pandora. Quanto alle altre richieste, otto anni e sei mesi per Doriana Pugliese, otto per Giuseppe Ranieri (cognato del boss e domiciliato a Guastalla), Mirko e Mery Pugliese, sei per Vittoria Pugliese e Carmela Faustini (madre di Pugliese).

L’indagine prese il via nel 2010 dall’esposto di Bini e da un controllo dei carabinieri sulla “Autotrasporti emiliana inerti srl unipersonale” (con sede operativa a Gualtieri e sede legale ad Isola Capo Rizzuto), il cui amministratore unico era Federico Periti, che risiedeva a Montecchio.

Per gli investigatori, a gestirla era in realtà Pugliese, che aveva sottratto beni al sequestro preventivo dell’operazione Pandora intestandoli ad altre persone.

Nel marzo 2015, l’operazione ha portato già a cinque condanne in abbreviato, quando il gup di Bologna aveva chiesto condanne più pesanti di quelle avanzate dal pm, rinviando a giudizio gli altri otto indagati. La condanna più pesante era stata per il 50enne Vito Muto (5 anni e 2 mesi), mentre alla moglie 45enne Anna La Face (la coppia viveva a Guastalla) era andata meglio, con 2 anni di carcere e la sospensione condizionale della pena.

Per Periti, la condanna a quattro anni, così come per Diego Tarantino (che era domiciliato a Santa Vittoria). Due anni invece per Salvatore Mungo, residente a Santa Vittoria. Ora la palla torna nuovamente ai giudici, che emetteranno la sentenza a settembre. (e.spa.)

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