Gazzetta di Reggio

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L'habitude del vecchio continente

Stefano Scansani
L'habitude del vecchio continente

L'unica maniera per reagire all'inevitabilismo è fare, anzichè parlare

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Habitude in francese. Abitudine in italiano. Nella notte fra giovedì e venerdì, fra tanto sgomento per l’attentato di Nizza, chi non è andato a misurare la propria personale abitudine al sangue degli attentati? A quale punto è la soglia dell’abitudine al terrore? Uno per uno siamo tutti cambiati, via via, dalla distruzione delle Torri Gemelle all’uccisione dei vignettisti di Charlie Hebdo, dalla strage del Bataclan a quella dell’aeroporto di Bruxelles, fino alla carneficina sulla Promenade des Angles.

Provatevi la febbre da reazione: è alta oppure altissima, ma sta diventando cronica. La sorpresa per l’edizione straordinaria di un notiziario rompe ormai frequentemente la programmazione televisiva. E siam lì che l’aspettiamo scorrere nel sottopancia dello schermo. Ultim’ora, breaking news, édition spéciale…
Nel Vecchio Continente la paura da attentato (minacciato, imminente o avvenuto) è diventata endemica, cioè inevitabilmente presente. Modello un nuovo termine: si tratta di inevitabilismo.
Ecco perché i discorsi istituzionali successivi alle uccisioni, oltre a fare appello all’unità, mettono in guardia sull’obiettivo ultimo dei terroristi di farci cambiare la vita. Ci sono riusciti. Perché la gente va convincendosi di dover convivere con le minacce in piazza, sul treno, in aeroporto, a teatro, al ristorante. E perché i governanti lo ammettono chiaramente e fatalmente: ci saranno altri attentati, prepariamoci. Hollande: ci attaccheranno ancora.

L’abitudine fa il suo corso consumando anche spontaneità, manifestazioni estemporanee e slogan. Il solidarismo dei vari Je suis (Charlie) del gennaio 2015 si è smorzato e l’esposizione delle bandiere del Paese colpito è solo un ricordo. Se proviamo a fare la lista delle reazioni di massa e di piazza del Vecchio Continente agli attacchi scopriamo che sono roba vecchia, materiale iconico, cioè parole, gesti e segni fini a loro stessi, e basta. Simboli. Quando invece servono politica, strategia, determinazione.

Pure l’emotività evolve, e la reattività cambia. Noi non siamo le stesse persone che si godevano il mondo prima dell’11 settembre 2001, quelle che due-tre anni fa non avrebbero immaginato, creduto, vissuto lo sgomento e la paralisi di Parigi, di Bruxelles, della Francia, del Belgio, il massacro degli italiani a Dacca.
La strategia del terrore ha come bersaglio questa modifica della vita nel Vecchio Continente. I morti, come le cinture esplosive o il camion assassino, sono semplicemente i mezzi.

Per tre volte nello scorrimento di queste righe ho ripetuto Vecchio Continente: tranquillizzante, saggio e morale sinonimo di Europa. È questa nostra casa la vittima generale e passiva degli atti terroristici i quali - islamisti, organizzati o solitari che siano - contribuiscono alla sua disgregazione, al disfacimento per antichità e inerzia, per la sua ottusa caparbietà finanziaria e bancaria, per il suo nanismo volontario. Per le sue velocità e diversità insopportabili.

Facciamo il bilancio di questo niente di giorni? Martedì l’incidente sul binario unico in Puglia, segnale di arretratezza infrastrutturale tragica. Mercoledì la formazione del nuovo governo del Regno Unito: la più antica democrazia se l’è svignata dall’Europa Unita col tripudio di ogni autonomia, secessionismo, popolino e fai da te nazionalista. Giovedì l’attentato a Nizza nell’anniversario dell’avvio della Rivoluzione francese. Venerdì il fallito golpe contro Erdogan in una Turchia autoritaria, neoislamica, ex laica, che è lì che bussa per entrare in Europa.
Ecco come e perché si forma l’habitude, l’abitudine a fronte di un precipizio di eventi particolari (che riguardano parti di mondo) che nessuno affronta e gestisce da Bruxelles, la capitale della Ue.

Siamo spettatori di un processo-fenomeno che ha origini arcaiche e si basa sul patrocinio: se un tempo i destini delle nazioni per secoli erano affidati alla beata Vergine o all’anima dell’eroe nazionale, oggi vengono delegati al flusso dell’emotività e delle notizie. Sempre più veloce, più onnivoro, più orrido e inedito, destinato al collasso e alla perdita dei sensi e del senso. Credo che funzioni un passaggio disincantato e indolente della canzone Blue Hawaii di Paolo Conte: “Tu parlavi difficile come fa l’Europa quando piove...”.

C'è una pratica per prevenire la dissoluzione, per contrastare l’abitudine. Fare. L’ha indicata Alessandro Bergonzoni l’altra sera a Reggio Emilia, impegnato con don Luigi Ciotti in un dialogo magistrale sul significato di Testamento (quel che lasciamo alla generazione che viene). L’artista ha detto che le parole sono finite.
 

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