Gazzetta di Reggio

Reggio

«Le correnti? Non me ne frega niente»

di Evaristo Sparvieri
«Le correnti? Non me ne frega niente»

Il segretario provinciale, Andrea Costa, prova a spegnere le polemiche e rivendica: «Il modello Reggio è da esportare»

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REGGIO EMILIA. «Le questioni interne al partito non toccano la pelle della gente e credo non siano neanche utili. Non nel senso che non si debbano discutere, ma nel senso che fare politica è un’altra cosa, cioè intercettare e capire problemi e preoccupazioni delle persone, cercando di costruire soluzioni. Del resto, non me ne frega niente». Un partito apparso allo sbando, agitato da una settimana di scontri verbali sollevati dalla burrascosa campagna referendaria, che sembra aver minato i precari equilibri interni. Prima il renziano Manghi che richiama all’unità, invitando a remare dalla stessa parte del premier; poi l’ex civatiano Tutino, che ribatte punto su punto, addebitando al premier la responsabilità di aver distrutto qualunque dialettica interna; infine ancora i renziani, che accusano chi non è al loro fianco di fare il gioco di Grillo e della Lega, pronte ad approfittare delle divisioni per prendersi il Paese. Una discussione infuocata, alla quale il segretario provinciale Pd, Andrea Costa, prova a mettere la parola fine, non risparmiando tuttavia pesanti frecciate all’una o all’altra parte. «Non sottovaluto la sincerità di questo dibattito, ma ritengo corretto confrontarsi all’interno delle sedi opportune».

Segretario, il partito le sta sfuggendo di mano? È bastata una scintilla ed è scoppiato un pandemonio.

«Dopo una settimana di prese di posizione, fibrillazioni e opinioni che ruotano attorno al teatro della politica, mi sento di dire innanzitutto una cosa: in questa settimana, non mi è mai capitato di entrare in un bar e sentire un avventore discutere di questi argomenti. Credo che fare politica, e così la faccio io, sia occuparsi invece di tutte quelle questioni di cui parla la gente al bar, a casa o a lavoro, intercettando i problemi e costruendo soluzioni. Del resto, francamente, non me ne frega niente. Quando incontriamo le persone, a loro non interessa sapere per chi ho votato all’ultimo congresso o per chi voterò al prossimo. L’altro giorno sono stato con i lavoratori Unigreen. Mica abbiamo parlato di correnti... Così come quando incontro i soci prestatori di coop in crisi o quando ho incontrato i lavoratori Cormo».

Magari non se ne parla nei bar, ma nelle stanze del suo partito se ne parla eccome. E uno dei bersagli velati di questi attacchi è proprio il suo ruolo di segretario, cioè di chi in fondo prende le decisioni. Non se n’è accorto?

«Ho avuto la fortuna, e la ritengo tale, di iniziare a fare politica senza esser passato da nessun caminetto: tre anni fa, la mia candidatura è nata dalla richiesta di 400 iscritti appartenenti a 36 circoli. Dalla base, quindi. Per questo la ritengo una fortuna: non sono stato il candidato di nessun caminetto e di nessuna area. E questo è l’unico modo per essere realmente al servizio di tutto il mio partito, secondo il dovere di un segretario».

Però non sembra riuscito a mettere a tacere chi la pensa diversamente...

«Non sottovaluto le fibrillazioni. Sia le critiche di Tutino che le risposte. Non le sottovaluto perché indicano passione e sincerità attorno ad un dibattito che ritengo giusto e corretto affrontare al nostro interno. Vedo inoltre che nella discussione ricorre un tema, ripreso da tutte le posizioni: quello del confronto».

Appunto, è ciò che reclamano tutti. È mancato finora?

«Io lo dico molto serenamente, senza pensare che il mondo ruoti attorno a noi: confrontiamoci. Ma, da questo punto di vista, a tre anni dal mio insediamento una cosa la rivendico».

Quale?

«Rivendico un modello reggiano di gestione del nostro partito. Perché nelle questioni vere del territorio, questo partito a Reggio si è fermato, ha discusso e trovato una sintesi. Vogliamo ricordarle? Il tema della legalità, affrontato come direzione e come assemblea di amministratori. Abbiamo deciso linee politiche e amministrative da mettere in campo nei nostri Comuni. Il tema dell’acqua. Anche qui ci siamo fermati, abbiamo discusso e abbiamo trovato una sintesi. Oppure i problemi legati al riordino istituzionale».

Che il problema allora sia proprio la sintesi: una formula che per rispettare tutti non accontenta nessuno?

«Posso dire che il modello reggiano che rivendico guarda caso è anche quello che ci ha fatto conseguire i migliori risultati a livello nazionale e regionale. Ad ogni appuntamento elettorale il Pd di Reggio ha spiccato. Nel 2014, il 56% a Reggio città è stato il miglior risultato di tutti i capoluoghi al voto. Abbiamo avuto un numero altissimo di Comuni vinti, riprendendo Guastalla. Si dirà che era solo l’effetto Renzi? Bene... guardacaso nel 2015 vinciamo anche a Luzzara, a Canossa e il referendum su Ventasso. Alle regionali, il Pd di Reggio ha staccato il miglior risultato in regione. Alle amministrative 2016, in una domenica in cui il Pd ha avuto problemi in tutta Italia, il Pd di Reggio ha perso solo un ballottaggio. Questi risultati non sono casuali o frutto della fortuna, ma la conseguenza di un modo di lavorare. Che è quello di fermarsi e discutere. Ma lo si fa nei luoghi opportuni. C’è un segretario che ha sempre consentito di farlo. E che, quando ha fatto la segreteria, non ha scelto solo chi lo ha votato».

Ma questo modello, come dice lei, come si pone rispetto al Pd nazionale? Perchè questa è una delle contestazioni. Tra l’altro qui a Reggio sembra che vengano solo esponenti della minoranza...

«Non mi è piaciuto impostare l’argomento in un gioco tra assediati e assedianti. Nel Pd c’è possibilità per tutte le persone che si riconoscono di dare il proprio contributo. L’idea stessa di Pd, quando è nato, è stata quella di allargarsi. Cosa vuol dire l’aggettivo “democratico”? Che si determina una maggioranza, prendendo un indirizzo nel rispetto delle altre posizioni, alle quali si dà spazio. Le questioni, però, vanno poste in senso costruttivo. Non per speculazione politica o posizionamento. Ma guardando nel merito delle questioni. Io sconfesso che qui sia venuta solo la minoranza. Abbiamo fatto 28 incontri sul Jobs Act. Sono venuti, e tornati, i ministri Poletti, Boschi, Orlando, Delrio, che ritornerà. E poi Taddei, Serracchiani, Rosato, solo per citare alcuni. È la dimostrazione che a Reggio c’è spazio per tutti».

E a Roma?

«Tutti insieme dobbiamo impegnarci perché le buone pratiche del Pd di Reggio, ma non solo di Reggio, valgano dappertutto».

Anche per l’area renziana? Sono loro ad essersi firmati così. Cosa ne pensa?

«Io, personalmente, mi sento dentro al Pd. E non so cosa vuol dire stare dentro un’area. La domanda è giusta, ma la persona a cui è rivolta è sbagliata. Tutto il resto, per me, è rumore di fondo».

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