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Dalle penne all’ubriaca alle “fette” di cappelletti, la cucina di Antonio Guidetti

di Andrea Vaccari
Dalle penne all’ubriaca alle “fette” di cappelletti, la cucina di Antonio Guidetti

Il comico reggiano si racconta tra una ricetta del cuore e l’altra: «Vi assicuro che da nessuna parte si mangia bene come a Reggio Emilia»

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REGGIO EMILIA. Tradizione fa rima con dialetto, ma anche con buona tavola. Lo sa bene Antonio Guidetti, attore e fondatore della compagnia “Artemisia Teater”, che di sè dice: «Sono sempre stato un discreto mangiatore, come si può intuire dal ventre pronunciato. In particolare adoro la pasta. Me la preparo anche da solo, pur non essendo un cuoco provetto».

La ricetta che preferisce preparare?

«Le penne all’ubriaca so farle bene. La mia ricetta ricalca la tradizione: la pasta viene cotta all’interno di una pentola riempita per la metà di acqua e per la metà di lambrusco, anche se dipende quante persone devono mangiare. A parte preparo poi un soffritto con vino, cipolla e aglio, ai quali aggiungo la salsiccia. Si fa saltare, ed è pronto. È una ricetta semplice e per me deliziosa, perché amo sia la pasta che il lambrusco».

Scavando nei ricordi, la sua infanzia che cibi le fa tornare in mente?

«Essendo nato in una famiglia contadina, il piatto che andava per la maggiore era ovviamente la polenta, un cibo povero che non mancava mai. Ricordo con piacere che a casa mia si respirava l’atmosfera del grande evento quando si preparava lo stracotto, con il quale ci sfamavamo anche per tre giorni interi. Ammetto che un po’ mi mancano certi riti e certe sensazioni».

È cambiata molto l’alimentazione in questi anni?

«Ci sono state indubbiamente delle modifiche dettate da normali cambiamenti storici, ma certi capisaldi rimangono: la tradizione emiliana è e sarà sempre caratterizzata da ingredienti non propriamente dietetici, come il maiale. Ho avuto la fortuna di viaggiare molto, e posso assicurare che da nessuna parte si mangia bene come da noi. Abbiamo ingredienti di qualità che vengono preparati con una capacità e un amore non comuni».

I vegani forse non la penseranno così...

«I vegani? La prima volta che li ho sentiti nominare mi sono chiesto se fosse ritornato Goldrake!».

Il cibo è stato anche protagonista dei suoi spettacoli?

«Come no. Nel cabaret utilizzo molto esempi culinari e aneddoti personali. Uno in particolare è molto significativo»

Cioè?

«Come detto, nella nostra famiglia si mangiava quasi sempre polenta, e al lunedì la maestra a scuola ci chiedeva con cosa avessimo pranzato alla domenica. Soltanto un paio di miei compagni dicevano di mangiare cappelletti, quasi tutti andavamo a polenta. E una volta, tornato a casa, lo raccontai a mia madre, che mi disse: “Antonio, perché per una volta non dici di aver mangiato cappelletti anche tu, così fai bella figura?”. E così, quando la volta dopo in classe la maestra mi chiese cosa avevamo mangiato, io risposi convinto: cappelletti. E lei: “Quanti?”. E io: “Tre fette”. Le bugie hanno le gambe corte...».

Un ultimo ricordo?

«È legato alla mia infanzia. Abitavamo in via Palestro, al quarto piano. E quando giocavo nel campetto al pomeriggio mia zia si affacciava per chiedermi cosa volessi per merenda. Io ogni volta chiedevo un panino alla mortadella, ma lei mi rispondeva sempre: “Non vuoi il prosciutto?”. E io: “No, ho detto che voglio la mortadella!”. Immancabilmente, mi portava il panino con la mortadella, e per un semplice motivo: il prosciutto noi non lo avevamo. Ma mia zia voleva far sapere al vicinato che ce lo potevamo permettere».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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