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I ladri non vanno in galera, il botta e risposta tra la Gazzetta e il ministro Orlando

I ladri non vanno in galera, il botta e risposta tra la Gazzetta e il ministro Orlando

Dopo l'episodio avvenuto nel tribunale di Reggio, ecco lo scambio di lettere tra il direttore e il Guardasigilli

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REGGIO EMILIA. Ha cantato "Italia, Italia", la canzone di Mino Reitano che celebra del bellezze del nostro Paese. E' quanto avvenuto in Tribunale, a Reggio Emilia. Cantante d'eccezione, un ladro di appartamenti di origine georgiana, colto sul fatto e subito liberato nell'udienza di convalida. Un gesto che ha suscitato numerose reazioni di sdegno.

La Gazzetta di Reggio, attraverso il direttore Stefano Scansani, ha quindi scritto una lettera al ministro di Grazia e Giustizia, Andrea Orlando, facendosi portavoce delle reazioni collettive di amarezza. Una lettera alla quale è arrivata la risposta del ministro, che ha promesse pene più severe.

Ecco di seguito i testi delle lettere, cui segue l'editoriale del nostro direttore.

MINISTRO, SE L'IMPUTATO CANTA ITALIA ITALIA LEI CHE FA? di Stefano Scansani

Ministro Orlando, si metta nei panni delle vittime dei furti avvenuti o tentati, poi in quelli delle forze dell'ordine che acciuffano i ladri, e poi dei giudici che condannano e mandano liberi i responsabili, applicando la legge (se la pena non supera i tre anni niente galera, o tutti a casa se l'udienza è rimandata). Ministro, anche lei sarà un cittadino mortificato e offeso.

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Sabato a Reggio Emilia s'è aggiunta anche la beffa canterina. Dopo l'udienza di convalida tre cittadini georgiani, specialisti in porte blindate, sono stati rimessi in libertà in attesa del processo. Uno di loro lasciando l'aula ha intonato il ritornello di "Italia, Italia", canzone del Sanremo 1988 del compianto Mino Reitano. Gentile, vero? La canzoncina in Tribunale conferma che il nostro Paese è indubbiamente un'isola felice, più di grazia che di giustizia, per loro.

Ministro, non ho intenzione di anticipare la sua eventuale risposta (che attendo, e sarebbe salutare), ma immagino che la colpa delle maglie larghe verrà attribuita al Legislatore. Che, tradotto, significa Parlamento, ovvero universo politico che essendo impegnato nell'altrove, non avendo mai rincorso un ladro, sorpreso un malvivente in casa propria, non ha misura dell'imponenza della criminalità quotidiana e dello sberleffo d'una canzone.

Stefano Scansani

Ecco invece la risposta del ministro Orlando

IN ARRIVO NORME CHE INASPRISCONO LE PENE di Andrea Orlando

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Gentile Direttore,

l'appello lanciatomi dalle colonne della Gazzetta di Reggio, dal sindaco di Rubiera Emanuele Cavallaro e la sollecitazione che lei stesso mi rivolge, somigliano e seguono le parole da me rivolte pochi giorni fa ai componenti del Senato perché licenzino entro la fine di luglio il disegno di legge di riforma del processo penale.

In quel provvedimento, attualmente in Commissione, oltre a tutta una serie di disposizioni necessarie per rendere più certo, efficace e solerte il procedimento penale e quindi il contrasto all'illegalità, è contenuta la risposta dello Stato contro i reati di carattere predatorio, vera e propria piaga in crescita fortemente legata a questi tempi di crisi economica, seppur in un quadro di diminuzione complessiva dei reati, che è sempre giusto tenere presente.

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Si tratta di norme che inaspriscono le pene previste per i furti, in appartamento e non, e per le rapine, fenomeni che segnano inevitabilmente le persone nella sfera della propria intimità. Per questi reati è previsto l'innalzamento della pena minima, con la reclusione che passa da 1 a 3 anni in caso di furto in casa e da 3 a 4 anni in presenza di aggravanti. Analoghi inasprimenti del minimo edittale sono previsti per i furti e le rapine, che, in caso di più aggravanti, prescrive il carcere da 6 a 20 anni.

L'auspicato via libera del ddl da parte del Senato entro fine mese significherebbe la possibilità per la Camera di approvare definitivamente la legge in settembre: un segnale certamente importante dalla politica per restituire ai cittadini un maggior senso di sicurezza e offrire ai magistrati uno strumento più efficace per applicare la legge. E, non da ultimo, per ribadire l'importanza del concetto che debba essere sempre lo Stato a garantire la sicurezza e a difendere la proprietà e il cittadino. A fare giustizia, appunto.


Andrea Orlando

Alla lettera del ministro Orlando, è arrivata una nuova risposta del direttore della Gazzetta, Stefano Scansani, raccontando anche un episodio di cui vittima.

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PER LEGGE IL LADRO E' FELICE, NOI NO di Stefano Scansani

Questo è il Paese reale, signor Ministro, cari Lettori. Perché nella conta dell’eventuale aumento della pena per i ladri d’appartamento mancano gli sconti, lo svuotacarceri, l’indulto, i benefici... Gli dai anche vent’anni, ma la chimica giudiziaria italiana ama la sottrazione, e scioglie le sbarre. Questo è il Paese reale. Lo urlavano anche la mia milza, la cartilagine del menisco, e la convinzione che non avrei mai raggiunto il ladro. Febbraio 2016.

Per sconsacrare i giornalisti, e provare che anche noi abbiamo i piedi in terra, vi narro quest’avventura che mai classificherò come “personale”. Il fatto è che il furto o il tentato furto in casa è una delle esperienze maggiormente diffuse, traumatiche, da condividere: il reato è abominevole perché spacca l’intimità, sbrindella il privato. Se poi - come anche a me è capitato - il colpo in casa viene sventato e i briganti rincorsi, presi e consegnati, ecco che è possibile provare l’ebbrezza del giustiziere e la mazziata delle leggi snervate, del Paese derelitto, dell’incapacità dello Stato di fargliela pagare.

A chi? A un’onda-orda di italiani e stranieri, comunitari ed extracomunitari che nell’attività predatoria e nel codice penale e di procedura penale tricolore hanno trovato il bengodi e la cuccagna. Ha bene interpretato questa parte del gaudente profittatore il cittadino georgiano che, in attesa di giudizio, lasciando l’aula di giustizia di Reggio Emilia sabato ha intonato la strofetta della canzone acuto-lagrimosa di Mino Reitano: “Italia, Italia”. Con gli altri due imputati connazionali colleghi specialisti in porte blindate, oltre la canzoncina, s’è baciato e abbracciato. Ma come sono buoni gli italiani, e l’Italia, che meraviglioso Paese…

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Pieno giorno, dopo pranzo. Io e mio figlio, salendo le scale del condominio, sorprendiamo un paio di ladri. Captiamo la loro fuga al piano superiore che non ha via d’uscita, è cieco. Conoscendo ciabatte, borse e scarpe d’ogni inquilino strusciare sui pavimenti domestici, intuiamo che si tratta di sconosciuti. Che ora stanno su, rintanati sul pianerottolo, in attesa che io e mio figlio ci ripariamo in casa con la tremarella o ce ne torniamo in strada a invocare aiuto aiuto. Invece no. Ci piantiamo sugli scalini. «Dai venite giù, svelti, che cosa siete venuti a fare?». A forza d’insistere i due - in tuta, sui trent’anni, le mani in tasca e gli occhi bassi - rispondono buonisti: «Cerchiamo lavoro».

Replico mandandoli a quel paese. Anch’io metto le mani in tasca, per non usarle o far finta di poter estrarre qualcosa se necessario (come loro). Il contatto ha la durata di qualche secondo. Impugno il cellulare e chiamo il 113. Scivolano via. Inizia l’inseguimento per le scale. Tre piani di scale. In strada un ladro va a sinistra e quell’altro a destra. Io e mio figlio c’intendiamo, ma sbagliamo il soggetto da braccare. Lui si mette dietro a quello più basso e rotondo che poi si scoprirà essere georgiano clandestino da una settimana in Italia, che non conosce una via della città, e subito si perde. Io rincorro quell’altro georgiano alto e magro, che gioca a calcio e ha fiato, figlio di badante, va come un treno.

La mia corsa finisce dopo trecento metri in un vicolo, mentre la polizia risponde sul cellulare e, pronta, invia pattuglie nella mia direzione e verso quella imboccata da quell’altro soggetto con mio figlio dietro. E infatti, il secondo, dopo un chilometro e mezzo d’inseguimento a piedi in centro storico, viene preso e portato in questura. Dove andiamo io e mio figlio. Raccontiamo, denunciamo, verbalizziamo, firmiamo, riconosciamo il magro nelle foto segnaletiche. Scopriamo che con la mamma badante e non so chi altro connazionale abita dietro casa mia, ma non può essere processato per direttissima perché una volta dileguatosi è finita la flagranza.

Al suo compare tocca una sorte atroce perché è stato colto sul fatto e non è mai stato abbandonato nell’inseguimento. Il mattino seguente la direttissima: il giudice gli infligge la condanna per tentato furto e lo caccia a casa. Cioè, scortato fino all’aeroporto di Bologna, viene caricato su un aereo che fa rotta sulla Georgia.
I cattivisti dicono che così ha trovato il biglietto gratis per andare a fare un saluto a mamma sua per poi provare a tornare nell’Italia gentile. A conti fatti io e mio figlio abbiamo trascorso più tempo in questura che il tipo rotondo, perché il suo amico l’ha neanche vista.

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I cattivisti aggiungono che se li avessimo chiusi da qualche parte ci avrebbero potuto denunciare per sequestro di persona. I cattivisti concludono che se noi o a loro fossero partite le mani chissà come sarebbe andata a finire.
Attenti agli “isti”, perché il terreno è molle ed è facile slittare nel giudizio ideologico, nella speculazione partitica. Il buonsenso invece afferma che così non va, che questa è una aberrazione insopportabile, che appunto il Paese reale - quello che ha a che fare con l’attività predatoria, le città insicure, i quartieri degradati - è una questione politica. Dunque raccontiamocela giusta. Un conto è l’aumento matematico delle condanne. Un altro è l’effettività della pena.

C’è un passaggio importante nella canzone di Reitano, canticchiata dal georgiano felice a Reggio Emilia: “Quest’Italia che profuma di oleandri e di perché…”. Appunto, perché per legge il ladro è felice e noi no?

Stefano Scansani
s.scansani@gazzettadireggio.it



 

 

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