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Perché il ladro è felice e noi no

dalla prima
Perché il ladro è felice e noi no

Risposta al ministro e piccola avventura personale con inseguimento e arresto

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Per sconsacrare i giornalisti, e provare che anche noi abbiamo i piedi in terra, vi narro quest’avventura che mai classificherò come “personale”. Il fatto è che il furto o il tentato furto in casa è una delle esperienze maggiormente diffuse, traumatiche, da condividere: il reato è abominevole perché spacca l’intimità, sbrindella il privato. Se poi - come anche a me è capitato - il colpo in casa viene sventato e i briganti rincorsi, presi e consegnati, ecco che è possibile provare l’ebbrezza del giustiziere e la mazziata delle leggi snervate, del Paese derelitto, dell’incapacità dello Stato di fargliela pagare. A chi? A un’onda-orda di italiani e stranieri, comunitari ed extracomunitari che nell’attività predatoria e nel codice penale e di procedura penale tricolore hanno trovato il bengodi e la cuccagna.

Ha bene interpretato questa parte del gaudente profittatore il cittadino georgiano che, in attesa di giudizio, lasciando l’aula di giustizia di Reggio Emilia sabato ha intonato la strofetta della canzone acuto-lagrimosa di Mino Reitano: “Italia, Italia”. Con gli altri due imputati connazionali colleghi specialisti in porte blindate, oltre la canzoncina, s’è baciato e abbracciato. Ma come sono buoni gli italiani, e l’Italia, che meraviglioso Paese…

Pieno giorno, dopo pranzo. Io e mio figlio, salendo le scale del condominio, sorprendiamo un paio di ladri. Captiamo la loro fuga al piano superiore che non ha via d’uscita, è cieco. Conoscendo ciabatte, borse e scarpe d’ogni inquilino strusciare sui pavimenti domestici, intuiamo che si tratta di sconosciuti. Che ora stanno su, rintanati sul pianerottolo, in attesa che io e mio figlio ci ripariamo in casa con la tremarella o ce ne torniamo in strada a invocare aiuto aiuto. Invece no. Ci piantiamo sugli scalini. «Dai venite giù, svelti, che cosa siete venuti a fare?». A forza d’insistere i due - in tuta, sui trent’anni, le mani in tasca e gli occhi bassi - rispondono buonisti: «Cerchiamo lavoro». Replico mandandoli a quel paese. Anch’io metto le mani in tasca, per non usarle o far finta di poter estrarre qualcosa se necessario (come loro). Il contatto ha la durata di qualche secondo. Impugno il cellulare e chiamo il 113. Scivolano via. Inizia l’inseguimento per le scale. Tre piani di scale. In strada un ladro va a sinistra e quell’altro a destra. Io e mio figlio c’intendiamo, ma sbagliamo il soggetto da braccare. Lui si mette dietro a quello più basso e rotondo che poi si scoprirà essere georgiano clandestino da una settimana in Italia, che non conosce una via della città, e subito si perde. Io rincorro quell’altro georgiano alto e magro, che gioca a calcio e ha fiato, figlio di badante, va come un treno. La mia corsa finisce dopo trecento metri in un vicolo, mentre la polizia risponde sul cellulare e, pronta, invia pattuglie nella mia direzione e verso quella imboccata da quell’altro soggetto con mio figlio dietro. E infatti, il secondo, dopo un chilometro e mezzo d’inseguimento a piedi in centro storico, viene preso e portato in questura. Dove andiamo io e mio figlio. Raccontiamo, denunciamo, verbalizziamo, firmiamo, riconosciamo il magro nelle foto segnaletiche. Scopriamo che con la mamma badante e non so chi altro connazionale abita dietro casa mia, ma non può essere processato per direttissima perché una volta dileguatosi è finita la flagranza. Al suo compare tocca una sorte atroce perché è stato colto sul fatto e non è mai stato abbandonato nell’inseguimento.

Il mattino seguente la direttissima: il giudice gli infligge la condanna per tentato furto e lo caccia a casa. Cioè, scortato fino all’aeroporto di Bologna, viene caricato su un aereo che fa rotta sulla Georgia.

I cattivisti dicono che così ha trovato il biglietto gratis per andare a fare un saluto a mamma sua per poi provare a tornare nell’Italia gentile. A conti fatti io e mio figlio abbiamo trascorso più tempo in questura che il tipo rotondo, perché il suo amico l’ha neanche vista. I cattivisti aggiungono che se li avessimo chiusi da qualche parte ci avrebbero potuto denunciare per sequestro di persona.

I cattivisti concludono che se noi o a loro fossero partite le mani chissà come sarebbe andata a finire.

Attenti agli “isti”, perché il terreno è molle ed è facile slittare nel giudizio ideologico, nella speculazione partitica. Il buonsenso invece afferma che così non va, che questa è una aberrazione insopportabile, che appunto il Paese reale - quello che ha a che fare con l’attività predatoria, le città insicure, i quartieri degradati - è una questione politica. Dunque raccontiamocela giusta. Un conto è l’aumento matematico delle condanne. Un altro è l’effettività della pena. C’è un passaggio importante nella canzone di Reitano, canticchiata dal georgiano felice a Reggio Emilia: “Quest’Italia che profuma di oleandri e di perché…”. Appunto, perché per legge il ladro è felice e noi no?

Stefano Scansani

s.scansani@gazzettadireggio.it

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