Assessorato alla paura democratica
Giuro che me l’aspettavo. Dopo la lettera della Gazzetta al ministro, la risposta pronta di Orlando, quella del sindaco di Rubiera Cavallaro sui furti in appartamento e l’inasprimento delle pene, mi aspettavo qualcosa di settecentesco, umanitario e beccariano. Cioè una presa di posizione ispirata al pensiero liberale di Beccaria.
Qualcosa mi diceva che sarebbe arrivata una lettera con le antenne ritte sul sentimento della gente e il radar pronto a scandagliare la diseducazione della galera.
Già il titolo della riflessione di Natalia Maramotti - assessora a Sicurezza e Cultura della legalità del Comune di Reggio Emilia - pubblicata ieri dalla Gazzetta, è una riscossa illuministica. “Paura e sicurezza: la scommessa della democrazia moderna dalla certezza della pena al reinserimento sociale di chi commette reati”.
Non è il titolo di un saggio giuridico, ma appunto la catalogazione del pensiero dell’assessora. Che non mi convince totalmente, anche se si sviluppa sulla carta intestata del municipio che in basso a sinistra esibisce il logo di Reggio Emilia Città delle Persone con un girotondo d’accoglienza. Temo la retorica, e ancor di più ora che ho letto, pubblicato e riletto la lettera.
La Maramotti, assestando un colpo al cerchio e uno alla botte, dice che il ministro Orlando ha ragione e ha fatto bene a proporre l’inasprimento delle pene per i reati di predazione, ma aggiunge che questa è “una risposta, ma non la migliore soluzione”.
L’amministratrice soggiunge che il rischio è quello di fornire risposte “sulla scia dell’emozione senza visione di prospettiva”. E porta l’esempio dello spacciatore piccolo che si trova in cella con il criminale grande. Per il primo non può essere immaginabile un reinserimento, bensì un rinforzo o un ruolo di erede per il secondo.
Tutto vero. Tutto buono. Tutto giusto. Fino a quando la Maramotti si occupa del confronto con altri Paesi europei e della paura. In Francia e in Gran Bretagna solo il 24 per cento dei condannati va in carcere, mentre in Italia vi finisce l’82 per cento nonostante la nostra percezione sia diversa. Cioè crediamo che in gattabuia vada nessuno.
L’assessora punta il dito sulle recidive, cioè sulla replica dei reati una volta scontata la pena. Testuale: “Non si tratta di un libro dei sogni, in Svezia uno dei più ridotti tassi di recidiva, 30-40 per cento, è ottenuto con il lavoro all’esterno del carcere, con intento di reinserimento sociale”.
Svezia e Italia. Si sa che è come parlare di due mondi opposti per civiltà politica, cultura sociale, senso dello Stato. Nel match saremo sempre perdenti. Anche con le citate Francia e Gran Bretagna perché l’assessora non tiene conto che il 78 per cento dei responsabili di furti in abitazione in Italia è straniero e che per questa alta percentuale è complessa la rieducazione (gli stranieri hanno la loro educazione originaria) ed è arduo il reinserimento (dove e come? se lo straniero non ha occupazione, non ha casa, non ha radicamento sociale oppure è clandestino).
Nella loro molteplicità le tesi della Maramotti, quindi, sono importanti e astratte. Ancor di più quando l’autrice della lettera parla di paura interpretata in due ragionamenti. Ragionamento 1: “Le derive illiberali sono una possibile minaccia, se chi governa non prende molto sul serio la paura come sentimento collettivo”. Ragionamento 2: “A settembre riprenderemo a creare delle occasioni per discutere con i cittadini della criminalità. Delle violenze urbane, delle inciviltà e del controllo dello spazio pubblico... per continuare ad andare, partendo dalla paura, verso politiche di sicurezza democratica”.
L’amministratrice affronta la paura come un fenomeno su cui operare, di una percezione appunto. Da analizzare, raffreddare e semmai gestire. In altre città mi è capitato di assistere (non passivamente) alla promozione di sondaggi e studi sociologici porta a porta sulla percezione della paura tra gli abitanti in quartieri tenuti in scacco dalla criminalità predatoria e dallo stillicidio del degrado. Cosicché è andato spostandosi l’asse dell’azione: dalla causa all’effetto, dall’arginatura dei ladri ai motivi nervosi della pelle d’oca sperimentata dai cittadini.
Sarebbe il tempo di rigirare l’impegno in altra maniera, più organica alle deleghe della Maramotti: non sulla percezione (che è una sensazione soggettiva), ma sulle misure di sicurezza già annunciate o avviate dal municipio, pare con determinazione.
Ho paura che la “sicurezza democratica” proclamata dall’assessora prenda un giro troppo largo per affrontare immediatamente i problemi, fra rieducazioni, depenalizzazioni, pene alternative, prove di convivenza con le tensioni, riforme politiche in un Paese ingabbiato dalla chiacchiera. E ho anche paura di un assessorato alla paura.
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