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Predicatori e arruolamenti ancestrali

Stefano Scansani
Predicatori e arruolamenti ancestrali

Il commento del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani, dopo l'espulsione dell'imam di Carpineti

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REGGIO EMILIA. Vista da oggi è un’impresa preistorica ed effimera come lo è un quotidiano letto il giorno dopo. Il 21 novembre 2015 decisi di proporre nella prima pagina della Nuova Ferrara – il giornale che allora dirigevo – un titolo in caratteri arabi dopo la carneficina del Bataclan. Perché anche i musulmani fossero partecipi, capissero e venissero coinvolti.

“Al-dawla al-islamya la tumathiluni”. In sintesi: “Lo Stato Islamico non mi rappresenta”. “Non in nostro nome”.
In terza pagina andò il sermone della preghiera del venerdì tradotto in italiano. A darmi una mano l’amico Hassan Samid, marocchino laureando alla Ca’ Foscari di Venezia in Politiche Sociali. Fu un’avventura traslitterare e comporre correttamente il senso di quell'affermazione nella lingua del Corano. “Non in nostro nome”. Ricordo anche la preoccupazione per “le ondate di islamofobia” di Hassan che nella città estense è il portavoce dei giovani musulmani.

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Ieri sul suo profilo Facebook ha annotato: “Il Daesh non c'entra un bel piffero di niente. Ormai non si imita più un movimento o un'ideologia x. Siamo di fronte piuttosto ad un’emulazione della violenza a reti unificate. Una ghiotta occasione per un aspirante suicida di chiudere da star una vita che gli ha offerto troppo, o troppo poco”.

L'amico del Marocco afferma una cosa vera, anzi due. Dice che l’emulazione degli atti terroristici sta diventando un automatismo, con grande soddisfazione di Daesh. Dice che quei ragazzi neanche ventenni che sgozzano, si fanno saltare, accoltellano, sparano, niente hanno dalla vita. Qui in Occidente, immagino, per via dell’emarginazione che può far rima con radicalizzazione. Parola/fenomeno che ormai è inscindibile con la lenta o rapida trasformazione di un debole, fragile, disperato, depresso muslim (fedele) in martire della Jihad e soldato del Califfo. Cioè una delle concause della violenza sarebbe la non avvenuta integrazione, la secolare emarginazione di masse di musulmani nati e cresciuti nell'Europa decadente.

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Su questo degrado si inocula la predicazione del Califfo: la scintilla della follia stragista. Altrimenti non si chiamerebbe terrorismo. L’analisi e la catalogazione di questa trafila sociale e religiosa, anche psicologica e psicotica, la trovo sbrigativa, televisiva e con zero attenzione alle sindromi collettive ricorrenti dalla storia. Non c'è campagna fondata sull’odio e sugli ammazzamenti che non si fondi sull'imitazione e perciò moltiplicazione.
Quindi non esiste una strategia che, tessuta a Raqqa o a Mosul, ordina gli attentati e la loro escalation.

Piuttosto è in atto un imponente e irrefrenabile impazzimento prodotto appunto dall’imitazione e dalla predicazione. È in corso un arruolamento ancestrale più che religioso dei soggetti condizionabili. A questo punto la fede è un affare successivo, addirittura non di tutti, perché è fatica culturale. E chi si affanna ad affermare che l’Islam è una religione di Pace (vuol dire Pace) non coglie i motivi della violenza. Perché chi è convinto che l’Islam è Pace ha intelligenza matura e conoscenza alta: si trova a quel livello nel quale è possibile avviare il dialogo, fa visita alla moschea come alla chiesa o alla sinagoga.

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E vive in Occidente, perché qui è stimolato o libero di farlo. L’Islam moderato è infatti quella condizione libera che ha avuto ed ha scambi costanti e generosi con altre geografie, confessioni, consuetudini, oppure è insediato in Europa. Basta il nulla – per certi soggetti – per perdere la testa e rispondere alle pressioni ancestrali. È capitato ad esempio all’autista di Luigi Padovese, vicario apostolico dell’Anatolia e presidente della Conferenza episcopale turca.

L’autista Murat Altun il 3 giugno 2010 tagliò la gola al vescovo nella sua casa di Iskenderun. L’ambasciatore italiano a Istanbul spiegò che il killer era da tempo sotto cura psicologica.
Quattro anni prima il parroco Andrea Santoro fu ammazzato in chiesa a Trebisonda, sempre in Turchia, da un islamista di 16 anni.

Questi due episodi di impazzimento sono fissi nella memoria perché appena successivi a un mio viaggio in Turchia, a Iskenderun e quindi ad Antiochia. Qui, a un passo dalla siriana Aleppo, conobbi Padovese in occasione di un convegno per il dialogo interreligioso al quale parteciparono anche il patriarca ortodosso Bartolomeo I e il presidente Erdogan, allora già in sella e di una democraticità e laicità smaglianti.

A cena il vescovo mi raccontò il suo ruolo di rappresentante del Papa nell’antica Asia Minore, degli ottimi rapporti col muftì e le autorità politiche, del divieto di fare proselitismo, delle chiese cristiane musealizzate (sotto controllo statale) e del sereno rapporto con la gente. Nell’oratorio giocavano tutti i bambini e non c’era abitante della vecchia Alessandretta che non lo salutasse con calore. In una decina d’anni la situazione s’è rivoltata, regredita, resa tragica. Sangue.

Vale la pena allora di rileggere la lezione che Ratzinger impartì il 12 settembre 2006 all’Università di Ratisbona. Un discorso che fece saltare le relazioni fra Vaticano e mondo islamico, provocò poteste e manifestazioni. Il Papa analizzò il rapporto tra fede e ragione. Disse sostanzialmente che non agire secondo la ragione è contrario alla natura di Dio. Per spiegarlo Ratzinger citò uno scritto dell’imperatore bizantino Manuele II Paleologo dialogante con un dotto persiano sulla guerra santa. Anni 1394-1402. Non proprio l’altro ieri. Apriti cielo. Religione, università, imperatore, dotto, ragione... Il problema nostro è che il mondo è di una immensa ignoranza, da Oriente a Occidente. Amen e Amin (che in ebraico e grecolatino significa così sia, e in arabo affidabile).

Stefano Scansani
s.scansani@gazzettadireggio.it
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