Gazzetta di Reggio

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«Con quella interdittiva siamo stati salvaguardati»

di Elisa Pederzoli
«Con quella interdittiva siamo stati salvaguardati»

Boretto: il prefetto dopo 5 anni ridà la patente antimafia alla ditta Bacchi Spa Il direttore: «Abbiamo lavorato tanto, ora abbiamo più consapevolezza»

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BORETTO. L’interdittiva antimafia emessa nel 2011 nei confronti della Bacchi Spa non c’è più. Dopo cinque anni, il prefetto di Reggio Emilia Raffaele Ruberto martedì scorso ha firmato un documento con cui «aggiorna» l’informazione ai fini antimafia «in senso favorevole» alla ditta di Boretto. La motivazione è chiara: non ritiene «più sussistenti condizioni ostative antimafia a carico della medesima».

«Dopo cinque anni di duro lavoro, siamo molto soddisfatti». A parlare è il direttore generale della Duraga Spa - che possiede la Bacchi Spa - Claudio Bacchi. Che spiega come questo provvedimento sia stato non solo il frutto di un lungo lavoro all’interno della sua azienda. Ma anche un percorso di presa di coscienza. «Adesso che è tutto finito e nonostante i danni economici evidenti, devo dire che l’interdittiva, che è un’azione preventiva, messa in campo dal prefetto Antonella De Miro, ci ha salvaguardato. Ci ha fatto capire quali sono i limiti che un’azienda che lavora sul mercato può trovare, i rischi involontari. Ci ha permesso di studiare. Invece, in quel momento, cinque anni fa, non c’era consapevolezza. E pochi ce l’hanno ancora. Per gli imprenditori è difficile rendersi conto. Pensi che certe cose siano lontane, che siano di altri. Invece, sono problemi che possono avere tutti coloro che hanno un’attività. Non solo nel pubblico».

Che cosa ha fatto la Bacchi in questi cinque anni? «Abbiamo adottato un modello organizzativo aziendale basato sulla legalità e la trasparenza, in collaborazione con l’Università di Palermo e il professor Giovanni Fiandaca e il suo staff. Un modello che ci mettesse nelle condizioni di scongiurare ogni rischio legato al condizionamento mafioso».

Nel 2011, a far scattare il provvedimento era l’affidamento di lavori in subappalto a società ritenute vicine alla criminalità organizzata e la presenza di un pregiudicato in cantiere. «Grazie a questo modello organizzativo facciamo molteplici controlli su dipendenti, consulenti, clienti, fornitori. Vuol dire, per esempio, che se arriva un fornitore, la prima cosa che facciamo è andare a vedere se è iscritto alle White list, se ha certificazioni antimafia. Se non ha queste caratteristiche gli diciamo di no» spiega Bacchi.

Dice che è qualcosa di diverso rispetto a quello che hanno fatto altre aziende colpite da interdittiva. «Hanno cambiato gli amministratori. Noi invece abbiamo introdotto un sistema di controllo che è indipendente dalle persone. Io, come direttore generale, non posso prendere iniziative se non collegiali. Questo lavoro ora ci è stato riconosciuto, vale più di una sentenza».

E torna su un punto: «Noi oggi abbiamo la consapevolezza. Qui, nel Reggiano c’era una situazione delicata. Ora abbiamo capito che le imprese possono essere un avamposto di controllo. Noi siamo sul territorio, lavoriamo con il territorio. Dobbiamo essere istruiti e strutturati, per essere i primi a capire i problemi. E salvaguardare questo territorio. Dobbiamo fare squadra». E a proposito di questo, aggiunge: «Siamo stati abbandonati. Nel momento in cui è capitato, nessuno ci ha aiutati, non le associazioni e nemmeno chi fino al giorno prima era al nostro fianco. Invece sarebbe bene crescere insieme, avere capacità di analisi da mettere in gioco». Per questo rilancia: «Ci piacerebbe mettere questo modello a disposizione anche di altri nel territorio».

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