Profughi, su 42 Comuni soltanto 20 li ospitano
Oggi l’incontro fra Provincia e Unioni per discutere la distribuzione dei migranti Su 940 oltre 600 sono a Reggio. Manghi: «Ognuno deve fare la propria parte»
REGGIO EMILIA. Un tavolo di coordinamento convocato dalla Provincia, per oggi – il terzo e decisivo, dopo due primi incontri interlocutori – tra il presidente Giammaria Manghi, il Comune di Reggio (rappresentato dall’assessore Serena Foracchia), i presidenti delle Unioni di tutta la provincia e la rete di accoglienza. Sul piatto ci sarà il nodo profughi che nel Reggiano sfiorano ormai il migliaio, 940, dato risalente a tre settimane fa e che sarà aggiornato oggi.
In particolare, la loro migliore distribuzione sul territorio provinciale e le strade percorribili, in accordo con la prefettura, per occuparli nel volontariato nel periodo in media da un anno a un anno e mezzo di forzata inattività, in attesa del riconoscimento burocratico dello status. La distribuzione dei profughi, dai primi arrivi nel 2014 ad oggi, è a macchia di leopardo. Uno squilibrio attribuibile all’aleatorietà nel reperire abitazioni private o alberghi disposti a stipulare contratti di vitto e alloggio.
Su 42 Comuni, 20 sono a quota zero. E se la parte del leone la fa il capoluogo (oltre 600 migranti, due terzi del totale), ai primi posti si posiziona la Bassa, che già sconta un alto tasso di immigrazione: l’Unione Bassa Reggiana ne conta infatti oltre 150 (71 solo a Brescello, dove sono ospitati in un albergo), l’Unione Terre di Mezzo 83 (dei quali 55 a Bagnolo). Del tutto assente, dalla mappa dell’accoglienza, la Montagna (unica eccezione Carpineti, 5 profughi).
In mezzo ci sono poi una ventina di Comuni, equamente distribuiti nelle varie Unioni, non pervenuti. «Scopo dell’incontro è ragionare su un’equa distribuzione territoriale degli arrivi: ognuno deve fare la sua parte – afferma Giammaria Manghi, nella doppia veste di presidente della Provincia nonché presidente dell’Unione Bassa Reggiana – Non registro indisponibilità ma la rete di accoglienza, che ha mandato di reperire gli immobili, spesso incontra difficoltà: vogliamo che ci sia un filo diretto con i municipi, affinché la distribuzione delle persone risulti più omogenea».
Una collaborazione che, da parte dei Comuni, si dovrebbe tradurre non tanto nel rendere disponibili edifici pubblici (le amministrazioni hanno già alienato tutto l’alienabile), quanto piuttosto in “dritte”. «I Comuni possono interloquire a livello di segnalazione o di disponibilità alberghiera – prosegue Manghi – poi, certo, spetterà alla coop capofila verificare e individuare gli alloggi».
Anche perché, prosegue Manghi, il numero dei rifugiati non potrà che crescere: e «l’armonizzazione delle presenze è l’unica via per reggere a livello locale un meccanismo complesso a livello nazionale».
L’altro aspetto che si dibatterà oggi riguarda come rendere attive queste presenze all’interno delle comunità. Tutti sono concordi sul fatto che l’inattività prolungata è deprimente e socialmente rischiosa. Ma a tutt’oggi, appena un centinaio dei migranti è coinvolto nel volontariato. «Qualche esperienza è stata fatta – conclude Manghi – ora si tratta di alzare l’asticella, per coinvolgere il maggior numero possibile di rifugiati in progetti di cittadinanza attiva. Anche su questo i Comuni, che conoscono il territorio, potranno indirizzare i gestori suggerendo associazioni o realtà ad hoc».
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