Ucciso l’avvocato che difese Ivan Forte, l'assassino di Titti
Francesco Pagliuso è stato freddato in Calabria a colpi di pistola, si occupò del femminicidio di Fontana di Rubiera
RUBIERA. «Rispetto per la vittima, i famigliari e l’imputato». Sono queste le ultime parole che l’avvocato penalista calabrese, Francesco Pagliuso, ha dichiarato alla Gazzetta il 30 marzo scorso. Quando la prima sezione della Corte di Cassazione di Roma confermò le sentenze di primo e secondo grado ai danni del suo assistito, Ivan Forte, colpevole dell’omicidio della compagna Tiziana Olivieri. E proprio l’assassinio di Fontana di Rubiera del 2012 è stato l’ultimo grande caso reggiano seguito da Pagliuso. Perché l’avvocato, 43 anni, è stato ucciso martedì notte a Lamezia Terme in via Marconi, vicino alla sua casa.
Il legale stava rientrando in auto e stava parcheggiando in giardino. E proprio le telecamere di videosorveglianza esterne hanno ripreso tutta la scena, ora al vaglio degli inquirenti. Nelle immagini si vede la sagoma non riconoscibile dell’assassino, che si sarebbe introdotto nel giardino praticando un buco nella recinzione, mentre si avvicina all'automobile di Pagliuso e spara due colpi con un revolver che provocano la morte istantanea del penalista, per poi darsi alla fuga. Il legale era molto noto nella provincia di Catanzaro per i suoi numerosi impegni professionali nell’ambito dei principali processi di ’ndrangheta della regione.
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E forse proprio la pista di una ritorsione mafiosa potrebbe essere il movente di quella che sembra sempre più un’esecuzione.
Qui a Reggio, però, Pagliuso è conosciuto per uno dei più brutali femminicidi degli ultimi anni, quello di Tiziana Olivieri. La donna fu trovata morta carbonizzata nella casa dove viveva con il compagno Ivan Forte e il figlio piccolo il 19 aprile di quattro anni fa.
Inizialmente la versione di Forte fu che una candela rimasta accesa avesse causato un incendio, ma dopo una serie di serrati interrogatori l’uomo crollò confessando l’omicidio della compagna, strangolata al culmine di un litigio, e dell’incendio appiccato da lui stesso per coprire le tracce.
Pagliuso si occupò della difesa di Forte dal secondo grado in poi e, quando la sentenza confermò la prima condanna a vent’anni di carcere, fece ricorso in terzo grado chiedendo l’annullamento della decisione dei giudici o la sua riforma puntando anche su una nuova perizia psichiatrica. Ma la Cassazione diede la conferma definitiva delle condanne precedenti.
Oltre alla sua attività di legale Pagliuso aveva anche aperto un ristorante in Calabria e i carabinieri non escludono che il delitto possa essere maturato proprio in ambito privato ed economico. Ma la pista più seguita è quella delle criticità per il suo lavoro di legale di persone coinvolte in processi di criminalità organizzata, anche se prima di ieri non era mai stato minacciato né i suoi familiari avevano subito intimidazioni.
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