Il monastero temuto da Pechino
Secondo “Free Tibet” le demolizioni sono un attacco al buddismo
REGGIO EMILIA. Sovrappopolamento. Ecco come il governo cinese ha giustificato la demolizione di Larung Gar, l’istituto buddista più grande del mondo, nell’est del Tibet.
Un centro che comprende anche la città studentesca in cui vivono oltre diecimila tra cinesi e tibetani, monaci e monache. La volontà della Cina sarebbe quella di portare gli abitanti da 10mila a 5mila, e secondo Free Tibet – l’organizzazione no profit fondata nel 1987 e con sede a Londra – il motivo è uno e uno soltanto: indebolire l’influenza del Buddismo in Tibet. Non a caso a essere demolite per prime sono state proprio le abitazioni – arroccate sulla montagna – dei monaci e delle monache.
La demolizione di Larung Gar è iniziata il 20 luglio e, stando a quanto denunciato dagli attivisti di Free Tibet, non è stata concordata con gli abitanti della città. Lo scorso giugno le autorità avrebbero distribuito un’ordinanza che esigeva la riduzione a cinquemila del numero di presenze nel monastero. L’ordine fissava per il 30 ottobre l’inizio del trasferimento dei residenti e delle demolizioni, ed elencava una serie di punizioni se i residenti non si fossero trasferiti, fra cui la distruzione completa del monastero.
Free Tibet però, con tanto di fotografie e video in cui si vedono ruspe al lavoro, ha denunciato che le demolizioni di accademia e monastero sono state anticipate. Il governo cinese ha spiegato che il cambio di programma è dovuto al «rischio di eventuali collegamenti dei monaci con le forze separatiste in esilio». (m.r.)
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