Omicidio di Rosarno, Scarfone rischia di prendere l’ergastolo
Il gip contesta all’imprenditore di Castellarano anche la premeditazione per il delitto del fratello
CASTELLARANO. Rischiano l’ergastolo il 52enne Angelo Scarfone (noto imprenditore di Castellarano nel campo della manutenzione delle macchine e degli impianti per la ceramica) e il nipote 28enne Luigi Timpani (che ha abitato a Baiso) per l’omicidio a Rosarno del familiare Antonio Scarfone.
Ad entrambi la procura di Palmi contesta l’aggravante della premeditazione e lo fa facendo riferimento alla ricostruzione relativa a quel tragico 14 agosto: alle 9 di mattina il piombare nell’abitazione della vittima di un gruppo di familiari (la vedova ha dichiarato agli inquirenti: «Ci siamo svegliati e mi sono accorta che in giardino c’erano sei persone tutte armate: ci hanno aggredito dicendoci che ce ne dovevamo andare altrimenti ci avrebbero ammazzati»), poi l’attuazione alla sera dell’omicidio sempre nella casa di via Papa Giovanni XXIII al civico 58 (dove vive anche la madre gravemente malata).
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Sempre la moglie della vittima – la marocchina 25enne Soumia Lachhab – è perentoria con i carabinieri: «Vi sottolineo e specifico che io, con i miei occhi, ho visto proprio Angelo sparare a mio marito». Una ricostruzione che porta la magistratura a scrivere nell’atto di fermo: «Sussiste anche la circostanza aggravante della premeditazione. All’uopo preme infatti considerare che è intercorso un apprezzabile intervallo temporale tra l’insorgenza del proposito criminoso – il gruppo di fuoco aveva fatto irruzione nell’abitazione della vittima al mattino alle ore 9 circa – e l’attuazione di esso – la sera in un orario che oscilla dalle 23.32 alle 23.36 – tale da conseguire una ponderata riflessione circa l’opportunità del recesso (elemento di natura cronologica) e la ferma risoluzione criminosa perdurante senza soluzioni di continuità nell’animo dell’agente fino alla commissione del crimine (elemento di natura ideologica)».
Inoltre gli inquirenti, sempre sul tema della premeditazione, fanno riferimento «al previo studio delle occasioni ed opportunità per l’attuazione nonché l’adeguata organizzazione di mezzi (autoveicolo con il quale recarsi presso l’abitazione della vittima e reperimento dell’arma per l’omicidio) e la predisposizione delle modalità esecutive (pianificate fin dai giorni precedenti allorquando entrambi avevano deciso di recarsi a Rosarno pur essendo residenti a Castellarano)».
Ma chi indaga individua anche un’altra aggravante, cioè i futili motivi «attinenti al possesso dell’immobile della madre Carmela Fazzari e alla di lei pensione». Poi vi sono le accuse – sempre nei confronti dei due indagati ora in carcere – riguardanti la detenzione illegale di un’arma, che poi, in concorso, hanno portato illegalmente in un luogo pubblico. Per gli investigatori si tratta di una pistola a tamburo, in quanto nel luogo dell’omicidio non sono stati trovati bossoli.
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