«Aemilia e gli anticorpi che non avevamo»
Confronto sulla legalità con la senatrice Albertina Soliani: «Il prefetto De Miro ha salvato le istituzioni»
REGGIO EMILIA. Può accadere di parlare dell'inchiesta Aemilia e di farlo senza che lo scottante argomento sia citato nel titolo dell'iniziativa. Ma poi la realtà prende il sopravvento sui timori, le cautele e sul rischio di facili e comode scorciatoie o rimozioni collettive. E' quanto accaduto a Festareggio nel confronto sul tema “Testimonianze, informazioni e impegno dell'Emilia per la legalità” organizzato da Anpi, Istoreco e Istituto Cervi.
A chiamare per primo le cose con il loro nome, seguito dagli altri relatori, è stato Ermete Fiaccadori, affermando che «oggi un nuovo tipo di Resistenza è alle infiltrazioni mafiose nel nostro territorio, mentre l'omertà e il silenzio hanno rallentato e rallentano la lotta alla 'ndrangheta». Il presidente Anpi si è poi rivolto ai reggiani sostenendo che «si deve far capire ai magistrati e alle forze dell'ordine che combattono la mafia che non sono soli». Quella sorta di torpore che pare aver avvolto la città a sei mesi dall'avvio del processo Aemilia è stato denunciato anche dal vice presidente della Provincia Ilenia Malavasi. Dopo aver riconosciuto che vi è stata una sorta di collettiva impreparazione nell'approccio al fenomeno, Malavasi ha aggiunto: «C'è stata una sottovalutazione del problema dovuto a una non conoscenza del problema mafioso, anche perché non avevamo gli strumenti adatti per leggere i fatti. Grazie al prefetto De Miro abbiamo iniziato a riflettere su quello che le istituzioni potevano fare, ma c'è bisogno di una presa di coscienza collettiva».
Un'analisi condivisa dal presidente dell'Istituto Cervi, Albertina Soliani che non ha sottaciuto il ritardo generale, anche perché in molti erano convinti che Reggio avesse gli anticorpi per difendersi. «Quando succedevano certi episodi - ha chiosato - passava tutto nel silenzio, si faticava a vedere le cose per come erano. Possiamo dire che il prefetto De Miro ha salvato le istituzioni». Il nostro collega Tiziano Soresina si è soffermato sul ruolo e la funzione dell'informazione. «Chi più chi meno - ha sottolineato - da anni l'informazione reggiana sta provando a raccontare i movimenti della 'ndrangheta. Segni e indizi che hanno faticato a trovare spazio in indagini e sentenze. In questi anni abbiamo anche visto tante sottovalutazioni politiche, imprenditoriali e bancarie, nel leggere ciò che stava avvenendo. Per poi concludere: «E' un peccato che il maxi processo sia così poco seguito dai cittadini. E' lì che comprendi come si muove la malavita e vedi ancora la paura negli occhi delle vittime chiamate a testimoniare. Poi c'è Brescello, il comune sciolto per mafia, che non va dimenticato. Per questo credo ci sia ancora tanto da fare prima di acquisire i necessari anticorpi».
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