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Qui si fa l'Italia (e si muore)

Stefano Scansani
Qui si fa l'Italia (e si muore)

L'editoriale del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani, sul terribile terremoto che ha devastato il Centro Italia

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REGGIO EMILIA. Che cosa volete pretendere da un’Italia che è una sola Greccio? Cioè un bislungo, fragile, smottante presepe vivente. Le immagini dall’alto o quelle scattate nella pancia sfasciata di paesi come Amatrice, Pescara del Tronto e Accumoli ricordano infatti il lutto d’un presepe distrutto. Sassi, tegole, travi, polvere, letti snudati, muschio, morti.

Questo fracasso sfonda la memoria collettiva, sgretola i sentimenti più intimi. E chi è passato per un terremoto vero - o il terremoto gli è trascorso dentro - sa che poi la cicatrice di esso nel tempo diventa un buco nello stomaco, il timor panico di certi fruscii, di taluni boati: un capogiro che assomiglia allo scuotimento di quella notte, di quei giorni di maggio di quattro anni fa, da noi. Non si guarisce più.

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Il sisma dell’Emilia e della Lombardia emiliana ci assimila alla gente che viveva nel centro Italia, dentro le scapole dell’Appennino, anche a quasi mille metri d’altezza e a 450 chilometri da Reggio, a cento ore di cammino dal nostro Po. In un certo qual modo l’indole e le sorti della gente della montagna s’incrociano con quelle della gente della valle del grande fiume. Perché il terremoto capovolge.

Il terremoto che ha devastato il Centro Italia: lo speciale

PAURA CAPOVOLTA. Pensateci: gli emiliani di pianura istintivamente dovrebbero avere un’atavica paura di tutto ciò che scorre, acqua e fango, alluvione e fontanazzo, ma non di ciò che precipita, s’abbatte. Il tremore della Terra ci ha cambiato le vite. In origine temevamo di morire annegati. Dopo l’esperienza sismica sperimentiamo l’ansia di finire schiacciati. Il cataclisma che si ripete scopre ogni nostra vulnerabilità e ci allontana - un momento - dalle cretinerie, dagli odi, dalle perdite di tempo, da altre maniere umanoidi di sfasciare questo Paese-presepe.

IL SINDACO. Ecco, il sindaco di Amatrice, non può dirsi una statua. Fin dal primo momento la faccia e la voce di Sergio Pirozzi hanno rappresentato il suo «paese che non c'è più». Di mestiere fa l’allenatore, tra il calcio e il tennis, sbrigativo e tosto, con la sua parlata scolpita fra il piceno e il reatino, Pirozzi non ha mollato il comando. Renzi lo chiama il Mister.

L’ho seguito nella lunga conferenza stampa su Rainews24 di venerdì in quello che era il centro di Amatrice. Ha dato una dirittura politica profonda alle sue comunicazioni. Ha detto che a fare l’Italia e gli italiani sono le partite della Nazionale di calcio, sono state le recenti Olimpiadi, e il terremoto che quando meno te lo aspetti spacca qualche parte della Nazione e unifica la Nazione. Il resto della comunicazione è stato unicamente contrappuntato da cose reali, pratiche, decisionali, organizzative, immediate e rigorose.

UN SENSO. Non è giusto che i moti sussultori e ondulatori liberino anche queste energie, e svelino un Paese che oltre la compassione sa ritrovare un senso. Non è giusto perché, parodiando la frase attribuita da Abba a Garibaldi, qui si fa l’Italia e si muore. E ce ne sorprendiamo sino a immaginare - anch’io l’ho fatto davanti al televisore - che Pirozzi, un sindaco così necessario, di destra, di sinistra o civico non importa, potesse governare, fosse un politico, diventasse un uomo di Stato...

A qualcuno verrà in mente di proporglielo, perché siamo sempre in campagna elettorale. Non sarebbe giusto.
Sarebbe anomalo, anche se l’Italia è il luogo dove i politici possono nascere da un evento naturale o finire selezionati dalla magistratura, ma raramente essere generati dalla passione politica o scelti con severità dalla politica. Con realismo va detto che il sindaco di Amatrice è l’uomo giusto, là, tra la sua gente, squadrato e determinato come i suoi sassi.

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CIASCUNO FACESSE.
Se ciascuno, dunque, dovesse fare bene e benissimo il suo mestiere e portare fino in fondo la missione che gli è stata affidata (e ha deciso di sobbarcarsi) questo sarebbe un Paese normale. Questo è il punto che non si riesce ad assorbire. Perché dev’essere un disastro a unificare l’Italia lunga, friabile e polimorfa? Perché, una volta raffreddato il dramma, tutto diventa letteratura (angeli, eroi, salvatori)? Perché tutto torna come prima, cioè noi sempre gli stessi, non così i terremoti, le inondazioni, le mareggiate, le frane, gli smottamenti?

Certo, l’immenso presepe di sassi, legno e pietracotta ha bisogno di nuovi e seri criteri per difendersi da terre e acque instabili. Va bene. Ma l’Italia ha ancor più necessità dell’eroismo quotidiano d’essere cittadini, di coesione e partecipazione, come in questi giorni. Fossimo sempre così non sarebbero i cataclismi a fare e disfare l’Italia.

Stefano Scansani
s.scansani@gazzettadireggio.it
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