L’uso degli agrofarmaci calato del 78,6% in 15 anni
Gli agricoltori reggiani hanno risparmiato un milione e mezzo sulla produzione Sono alcuni dei dati presentati a Carpineti in un convegno sulla cultura agraria
REGGIO EMILIA. A partire dall’inizio degli anni Settanta del secolo scorso fino ad oggi la tecnica di difesa fitosanitaria alle colture agrarie in Emilia Romagna ha subito una vera e propria rivoluzione grazie al progetto di lotta guidata che negli anni successivi si è evoluto fino ad arrivare all’attuale metodologia della lotta integrata.
Un progetto complesso e al tempo stesso di grande soddisfazione visto che oltre a essere stato in grado di ispirare l’innovazione nell’ambito della difesa nei vari paesi europei ed extra-europei ha saputo stimolare l’evoluzione dell’attuale metodologia di difesa biologica che su tanti fronti oggi ha percorsi perfettamente sovrapponibili a quelli della difesa integrata.
Di questo si è parlato in un interessante convegno che si è svolto al Parco Matilde di Carpineti nell’ambito delle iniziative della fiera di San Vitale. «Un incontro – sottolinea il sindaco Tiziano Borghi – su di un tema legato alla salubrità delle produzioni agricole fortemente sollecitato dalla cittadinanza che è sempre più attenta a queste problematiche». “Coltivare in modo ecosostenibile e non portare i fitofarmaci in tavola: sogno o realtà ?” è il titolo dell’iniziativa alla quale, oltre ai rappresentanti dei tre ordini professionali provinciali con competenze in ambito agricolo (agronomi, agrotecnici e periti agrari) ha partecipato il direttore del consorzio fitosanitario di Reggio Emilia Anselmo Montermini.
«Negli ultimi 15 anni – puntualizza Montermini - nella nostra provincia il quantitativo di agrofarmaci utilizzati in agricoltura è diminuito del 78,6% generando peraltro, oltre che un forte beneficio ambientale, un risparmio economico sui costi di produzione a carico degli agricoltori pari a circa 1,5 milioni di euro». Ma ancora più interessanti sono i dati che sono stati presentati sulla salubrità delle produzioni.
«Nel 2013 – mette in luce il direttore del consorzio fito – in Italia solo lo 0,3% dei campioni di prodotti ortofrutticoli analizzati è risultato irregolare quando la media europea dello stesso anno si è attestata a 1,5%». Questo significa evidentemente che i prodotti agricoli italiani, prodotti secondo metodologie di difesa sia integrata che biologica, sono 5 volte più salubri rispetto a quelli provenienti da altri paesi europei. Una situazione decisamente interessante e sicuramente ulteriormente migliorabile ma che non può prescindere da una crescita qualitativa della competenza e della conoscenza da parte dei consumatori che deve essere stimolata innanzitutto dai produttori stessi oltre che dalla curiosità personale.
Molte persone oggi credono ancora che i prodotti biologici siano totalmente privi di trattamenti con agrofarmaci quando tutti sanno che rame e zolfo per esempio, prodotti non di sintesi chimica, vengono utilizzati tanto nel biologico quanto nell’integrato. In troppi credono ancora che il biologico sia sano e tutto il resto sia avvelenato. Non è così.
Non esiste un bianco ed un nero ma due bianchi con tonalità leggermente differenti così come hanno dimostrato i dati presentati da Montermini. Oltretutto, è emerso dall’incontro, il futuro sarà sempre migliore visto che per poter servire la grande distribuzione ed esportare nei più interessanti mercati mondiali occorre assoggettarsi a disciplinari di produzione sempre più restrittivi anche rispetto a quelli già di per sé molto rigidi dell’Emilia Romagna.
Questo a tutto vantaggio dell’ottenimento di produzioni a residuo zero che oggi peraltro rappresentano la quasi totalità dei campioni analizzati. Nel corso del partecipato dibattito conclusivo sono poi emerse le vere preoccupazioni dei consumatori legate sia all’incertezza della salubrità delle produzioni provenienti da paesi extraeuropei che dalla difficoltà di disporre di etichettature dei prodotti che evidenzino in modo chiaro la provenienza del prodotto stesso. Su questo in effetti c’è ancora tanto da lavorare.
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