DI NULLA POSSIAMO DIRE DI ESSERE PROPRIETARI
“Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la...
“Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo; … chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”.
Di fronte alle esigenze del Regno di Dio i discepoli già altre volte si sono spaventati. Il radicalismo, tipico del vangelo di Luca, che appare in questo passo, crea difficoltà e spesso si è tentato di ridurlo con interpretazioni accomodanti. Certo, c'è colui che, come san Francesco, ha preso questo vangelo "sine glossa", senza interpretazioni. Ma, allora, per essere discepoli di Gesù, bisogna proprio diventare degli asceti, dei "rinunzianti", quasi che il mondo e la storia non avessero importanza? Va detto che non ci troviamo di fronte a un radicalismo ascetico, ma al radicalismo dell’amore. Chi ama, è disposto a mettere in gioco tutto, per mantenere l’amore. Ma ogni amore ha la sua storia particolare, così anche l’amore di Dio per ciascuno di noi; molte sono le strade, le vocazioni, le responsabilità e non si può ridurre la varietà delle vite degli uomini a un unico modello: questa è piuttosto la caratteristica dei movimenti entusiastici. Dunque, la rinunzia non è un modello uguale per tutti: essa è piuttosto un aspetto intrinseco a ogni percorso del discepolo, è la conseguenza dell’invito ad amare Dio “con tutto il cuore”, non con un pezzetto della vita, del tempo, delle nostre risorse, ma con quella totalità che è risposta alla totalità della Croce. Essa è una libertà interiore, che non ha paura del rischio, quando ad esso veniamo chiamati da quella presenza amante che incontriamo nella fede. Paradossalmente, proprio questo atteggiamento permette una maggiore efficacia sul piano della storia. Infatti, per chi ama Dio, quello che si possiede è un dono del quale siamo responsabili come dei servi fedeli: non possiamo dire di nulla che ne siamo proprietari. Le cose del mondo valgono solo in quanto vengono usate secondo la volontà del Padrone: la nostra gioia non sta nel possedere, ma nell’offrire al Padrone un lavoro ben fatto, secondo la sua volontà. Che se poi il Padrone ci chiama ad altro, e questo vuol dire lasciare cose alle quali siamo affezionati, non avremo rimpianti, perché conosciamo la promessa: “Vieni, servo buono e fedele; entra nella gioia del tuo Signore”. Nulla può sedurre o spaventare il servo di Gesù Cristo. Questa limpidezza del cuore, questa sincerità con se stessi e con Dio, sono particolarmente necessarie oggi. Spesso, gli scopi che vengono dichiarati con tanta intransigenza non sono quelli reali, che restano inconfessabili. Mai come adesso è vera la piccola parabola di oggi, sull'uomo che vuole costruire una torre,ma, finiti i soldi, la deve lasciare a metà. Spesso si comincia, senza sapere dove si va a finire, senza avere un piano coerente, senza misurare le conseguenze delle proprie scelte. Se debbo indicare un’intenzione di preghiera, direi così: Fa’, o Signore, che non ci lasciamo sedurre dalla violenza; aiutaci a essere sinceri con noi stessi; aiutaci a sentirci responsabili davanti a te dell’uso che facciamo della nostra vita.
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