Caso Maffei, condanna confermata
Baiso: per la morte di Chiara la Corte d’Appello parla di «grave colpa di altri»
BAISO. La seconda sezione della Corte di Appello di Bologna ha confermato la sentenza di condanna a 10 mesi per omicidio colposo per il giovane che, la tragica notte del 20 dicembre 2008, guidava l’auto sulla quale moriva la neo 19enne Chiara Maffei.
Il pronunciamento è dello scorso 18 marzo, ma da poco sono state rese note le motivazioni della sentenza. Che ancora una volta confermano ciò che la famiglia della giovane, con in prima fila il padre Giorgio, ha sempre ribadito: che ci sono anche altre responsabilità in quello che accadde. Il giudice di Bologna, infatti, sottolinea come la condizione della strada sterrata che costeggia il fiume Secchia a Muraglione imponesse all’autista della vettura sulla quel viaggiavano in tutto i quattro amici, di andare «a passo d’uomo». Pur sottolineando che il giudizio di colpevolezza «va per tanto confermato», aggiunge: «La Corte osserva che l’indubbio concorso autonomo della grave colpa di altri in relazione dell’omesso impedimento dell’ accesso alla strada in cantiere non vale a qualificare come lieve la colpa del conducente».
E allora, se anche in secondo grado la legge condanna a dieci mesi Marco Benassi, così come aveva fatto nell’aprile del 2015 il giudice di Reggio Emilia, Alessandra Cardarelli, allude a responsabilità altre.
Ma nel febbraio 2014 il gup Giovanni Ghini rinviò a giudizio per omicidio colposo soltanto il conducente di Baiso, scagionando i tre tecnici - del Comune di Baiso e del Servizio tecnico di bacino - che la procura aveva individuato e per i quali aveva chiesto il rinvio a giudizio. La Cassazione aveva poi confermato il pronunciamento del gup. Ma intanto, sul processo incombeva come una spada di Damocle anche il rischio prescrizione, per un fascicolo rimasto a lungo fermo nelle stanze della procura.
Ieri, intanto, nel palazzo di giustizia di Reggio Emilia si è tenuta un’altra udienza del procedimento civile.
Sono stati sentiti altri testimoni. Era presente, come a tutte le udienze del processo penale, il padre Giorgio, rappresentato dall’avvocatessa Sabina Fornaciari. (el.pe)
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