Slot, il ricercato reggiano è fuggito in Argentina
Il 44enne ha scritto una lettera alla Dda di Messina per nominare il difensore Il Riesame alleggerisce la posizione di Gigliarano: «Non fa parte del clan mafioso»
REGGIO EMILIA. C’è una traccia – che porta fino all’Argentina – relativamente al novellarese 44enne Michele Lombardini che è ricercato da fine giugno nell’ambito dell’operazione antimafia Totem, in quanto sfuggito all’arresto.
E sarebbe stato lo stesso indagato – è accusato di esercizio abusivo di attività gioco o scommessa, con l’aggravante della partecipazione ad associazione mafiosa – a farsi vivo con gli investigatori siciliani (indaga la Dda di Messina che coordina gli accertamenti di carabinieri e polizia) con una lettera dal Paese sudamericano con cui nomina il proprio difensore. Il 29 giugno scorso gli inquirenti, con in mano la misura cautelare in carcere emessa dal gip messinese Monica Marino, non hanno trovato Lombardini nella sua abitazione di Novellara. Un arresto, quindi, sfumato ed ora si capisce il perché: non era più in Italia. Essendo un abile informatico, non è difficile ipotizzare che il 44enne abbia poi saputo sul web dell’operazione nei suoi confronti, il che l’avrebbe poi portato ad inviare quella lettera per potersi adeguatamente tutelare. Per chi indaga Lombardini insieme al 43enne Francesco Gigliarano – originario di Isola Capo Rizzuto (Crotone) ma da tempo domiciliato a Viadana (Mantova) – sarebbero stati in contatto fra il 2012 e il 2014 con il 42enne Luigi Tibia, cioè con l’uomo-chiave del clan siculo Giostra a cui avrebbero fornito “software illegali e la successiva assistenza tecnica dei totem”. Aggiungendo nell’accusa per i due quarantenni della Bassa reggiano-mantovana l’aggravante di un inserimento strutturale nell’organizzazione mafiosa. Ma per Gigliarano quest’ultima pesante accusa è saltata, in quanto il Riesame di Messina – accogliendo il ricorso presentato dagli avvocati difensori Vainer Burani e Domenico Neto – non solo l’ha scarcerato, ma ha anche ritenuto non provata nè la partecipazione ad associazione mafiosa, nè il concorso esterno. Gigliarano – che è stato a Viadana prima il titolare di una sala-giochi e poi di una tabaccheria – si ritiene tirato dentro ad un’inchiesta senza aver commesso nulla e si difende a spada tratta: «Io a Tibia ho solo proposto delle piattaforme legali e l’affare è sfumato. Non ho mai consegnato nulla a quel signore. Lombardini? Lo conosco solo di vista, non ho mai avuto una società con lui». L’ultimo affondo del 434enne (indagato a piede libero) è disperato: «Quest’inchiesta mi ha rovinato, non riesco più a lavorare, perché ho paura di tutto, di finire ancora nei guai senza colpe. Voglio andarmene dall’Italia!». Gli fa eco l’avvocato difensore Burani: «Sono soddisfatto, il Riesame ha accolto la nostra tesi, dando un forte scossone all’inchiesta relativamente alla posizione del mio assistito».
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