«Senza passaporto e senza info per 24 ore»
La nipote di Romano Prodi: «I documenti ce li hanno ridati solo a Bologna. Salvate dai nostri cellulari»
REGGIO EMILIA. «Il momento più brutto? Quando ci hanno ritirato il passaporto, senza dirci se e quando ce l’avrebbero ridato: in quel momento ti senti perso, all’estero senza passaporto significa amarezza e sconforto». Silvia Prodi, partita sabato alle 13, ieri poco dopo mezzogiorno era già tornata a casa, dopo la disavventura di 24 ore e la notte in bianco passata sempre chiusa in sale d’attesa e corridoi aerportuali.
Come siete state trattate?
«In modo molto sbrigativo, senza alcun riguardo. Era la prima volta che andavo in missione dai saharawi, le mie compagne di viaggio Lusuardi e Bruschi c’erano già andate in precedenza, però non erano mai state respinte. E quando ti tolgono il passaporto all’estero, ti assicuro che ti preoccupi. Un trattamento impressionante: siamo state lasciate in un corridoio e in sale d’attesa per ore, senza che ci dicessero nulla, a dormire (si fa per dire) su poltrone, accanto ai bagagli a mano. Per fortuna ci hanno lasciato i telefoni cellulari, senza quelli…».
I cellulari sono stati decisivi?
«Sì perché, nemmeno scese a Laayoune, una volta in sala d’attesa a Casablanca, non ci hanno detto più nulla. Attaccandoci alla cornetta per un paio d’ore, siamo riuscite a prendere contatto con il console italiano a Casablanca, che ha sbloccato la situazione. All’atterraggio a Bologna tutti i viaggiatori sono scesi, siamo rimaste a bordo solo noi, in attesa della polizia che ci ha restituito il passaporto: solo a quel punto abbiamo tirato un sospiro di sollievo».
Prima come avete reagito?
«Siamo rimaste calme e tranquille, senza protestare: reazioni brusche avrebbero potuto provocare reazioni altrettante brusche da parte delle autorità marocchine. Meglio attenersi al massimo della correttezza».
Come vi spiegate l’accaduto?
«È ovvio che il Sahara occidntale è una zona sensibile. Pensavamo che questo non fosse un periodo di particolari tensioni, ma l’episodio dimostra che il Marocco non vuole visitatori nei territori occupati».
Ci riproverete?
«Adesso no, sarebbe una provocazione che avrebbe effetti negativi per la stessa popolazione saharawi. Più che altro è rimasto il desiderio di trovare dei canali diplomatici, per sondare cosa si possa fare per le popolazioni che vivono lì senza danneggiarle». (am.p.)
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