Gazzetta di Reggio

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«Rischio tendopoli? Non è da escludere»

di Evaristo Sparvieri
«Rischio tendopoli? Non è da escludere»

Codeluppi, presidente della Dimora d’Abramo: «Lavoriamo perché non accada, dipende dai numeri dei nuovi arrivi»

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REGGIO EMILIA. «Rischio tendopoli? Non mi sento di escluderlo. Di certo sarebbe una sistemazione da evitare e stiamo lavorando perché non accada». Solo negli ultimi due giorni sono arrivati 22 profughi. Ma i nuovi e annunciati sbarchi potrebbero portare a ulteriori arrivi, fino a mandare al collasso l’intero sistema dell’accoglienza messo in campo nella nostra provincia, già al limite delle proprie capacità ricettive. Un rischio che non sente di poter escludere nemmeno Luigi Codeluppi, presidente della Dimora D’Abramo, capofila del consorzio di cooperative sociali che ha vinto il bando per la gestione dei profughi, impegnata in questi giorni in una frenetica ricerca di mercato per individuare nuove strutture disponibili. Oltre mille e cento i richiedenti asilo attualmente ospitati in 22 Comuni reggiani su 42. Più del 67% è ospitato a Reggio Emilia. Ma, nel vertice di oggi in prefettura, il prefetto Raffaele Ruberto cercherà una soluzione condivisa anche con quei 20 Comuni che finora non hanno partecipato alla fase dell’accoglienza, in modo da evitare l’emergenza e scongiurare il rischio di dover allestire tendopoli. «Su numeri, quantità e tempi dei nuovi arrivi viviamo alla giornata – spiega Codeluppi – le circa 1.100 persone ospitate attualmente sono state assorbite, ma è chiaro che se gli arrivi si intensificano ci potrà essere una temporanea difficoltà».

Codeluppi, si rischia davvero una tendopoli?

«Il tema è nato da questa ondata eccezionale di arrivi, che ha messo in difficoltà le strutture ricettive o di prima ricezione. Le assegnazioni negli appartamenti hanno tempi più lunghi, quindi abbiamo dovuto ricorrere a strutture alberghiere. E in questo caso i posti non sempre si trovano in tempi brevissimi. Eravamo riusciti a creare un circolo virtuoso: alcune settimane in albergo per la prima accoglienza, in modo da poter fare i controlli sanitari, conoscere le persone e poi sistemarli negli appartamenti. Ma con i numerosi arrivi di queste ultime settimane, il meccanismo è andato in difficoltà. Stiamo però lavorando per vedere se si riesce ad andare in breve tempo oltre sistemazioni di emergenza come possono essere le tende, ma è chiaro che dipende sempre da quante persone arriveranno e in che tempi».

Come mai non tutti i Comuni hanno partecipato all’accoglienza?

«Noi ci rivolgiamo al mercato. E l’individuazione di strutture è legata ai movimenti di mercato e alla nostra capacità di incrociare le disponibilità. È una parte di lavoro che ci impegna in modo significativo. Non è semplice: noi abbiamo cercato in tutti i Comuni, come da indicazione ricevuta dalla Prefettura e dagli amministratori. Ma essendo la nostra ricerca legata al mercato, alle volte ci sono occasioni, altre volte no. Non c’è un disegno particolare. Di certo la collaborazione delle amministrazioni e il coinvolgimento dei cittadini possono essere molto di aiuto».

Eppure si dice che molti sindaci si siano opposti all’ipotesi di ospitare profughi. Di qui gli squilibri territoriali fra Comuni.

«Non mi risultano situazioni del genere. Piuttosto ci sono sindaci che a un certo punto dicono di aver fatto già la loro parte».

Ma ora sarà necessario il coinvolgimento di tutti.

«Nella nostra provincia finora credo che la gestione sia stata soddisfacente. Ma diventa importante che l’emergenza non sia affidata solo alle istituzioni che hanno il mandato o a chi la gestisce. Il problema può essere risolto se tutta la comunità si sentisse coinvolta: offrire sostegno e disponibilità di strutture o appartamenti può essere di grande aiuto per superare questa situazione che, ripeto, tutto sommato credo sia stata gestita in modo soddisfacente».

E le parrocchie? Hanno fatto la loro parte, come chiedeva anche Papa Francesco?

«Abbiamo alcune persone in alcune parrocchie, all’interno della rete di accoglienza costruita insieme alle altre associazioni come Madre Teresa, L’Ovile, Papa Giovanni XXIII, Ceis. Abbiamo un certo numero di persone che sono state accolte in strutture parrocchiali, poi ci sono altre parrocchie che si sono date altre priorità, facendo scelte diverse».

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