A parole e a colpi di tosse
L'editoriale del direttore Stefano Scansani sulla morte dell'ex Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e sulle elezioni statunitensi
REGGIO EMILIA. Diciamocelo. Non vedevamo l’ora di conoscere le cartelle cliniche di Hillary Clinton e di Donald Trump. Polmonite, sovrappeso, trigliceridi, globuli bianchi, transaminasi. Mentre la campagna per la presidenza degli Stati Uniti va rotolando verso la meta novembrina tra colpi di tosse e bombardamenti verbali, l’Italia ha ritrovato il suo perduto talento euro-unitario e sano-patriottico.
Con la morte di Carlo Azeglio Ciampi. Ogni popolo ha la sua maniera per spaccarsi e riunirsi. Il nostro è quello purtroppo fornito dai cataclismi, dai grandi decessi e dai funerali, perché - grazie al cielo - siamo fatti all’antica, non nel senso antiquariale, ma per via della pìetas, della capacità sporadica ma ricorrente del ritrovamento delle radici e delle passioni.
Ciampi rappresentò l’Italia in un trapasso sociale ed economico acrobatico, quello dell’euro e quindi della messa in moto di un’Europa monetaria di allora belle speranze. Fu un “defibrillatore istituzionale” (come lo ha dipinto qualche commentatore) e un accenditore del senso di appartenenza a questo Paese. Un livornese quadrato, essenziale, rispettato, euroconvinto.
Ognuno di questi dettagli vien buono, emerge al momento giusto, ora che l’Italia è rotta, neanche al bivio, ma in eterno giramento sullo stesso rondò. Così si capisce la calibrata enfasi delle istituzioni nel commemorare Ciampi. E ciò comprova il fatto che per venir via dal rondò non c’è bisogno di eroi, ma di esempi umani densi e determinati.
Dalla conclusione della sua presidenza sono trascorsi dieci anni. E già il tempo di Ciampi non è paragonabile a quello corrente. Il mondo è mutato radicalmente, quanto il quadro politico, come la partecipazione e l’ottimismo degli italiani, quanto la platea dei politici. Da venerdì mattina, in morte di Ciampi, si parla di un’altra epoca. Perché noi siamo il popolo disarticolato della memoria, del rimpianto, del passato ch’è sempre troppo buono e “troppo meglio” (di oggi).
Fatalmente il lutto irrompe sulla scena contemporanea e diventa un elemento morale, e l’estinto - Ciampi - un riferimento attraverso il quale misurare dove siamo arrivati o finiti. Questa è la maniera italica per rimodulare la marcia del Paese.
L’altra maniera, che ho evocato all’inizio, è quella americana. L’ho messa a confronto con quella nostra perché siamo immersi e condizionati dal mito statunitense. Al di là della devozione per i padri fondatori o i discorsi del Presidente alla fine dei film o sullo stato dell’Unione, oltreoceano vale il clinico-cinico.
Nonostante elettori e cultura siano a maggioranza ispanica, dunque latina e cattolica, in nome di un calvinismo resistente la politica è cruda: denuda e diagnostica.
Nella campagna per la Casa Bianca gli argomenti fanno la spola dal come murare l’immigrazione alle patologie della Clinton; dal protezionismo, nazionalismo, isolazionismo americano all’indiretta alleanza di Trump con Putin.
Temibili vero? Da una parte l’uomo in acconciatura gialla che dovrebbe far tremare il mondo, dall’altra la donna moglie di un ex presidente che conferma l’oligarchia delle grandi famiglie. Dynasty.
Tutte le belle speranze sono saltate: otto anni fa l’entusiasmo per il primo nero alla Casa Bianca, ora per la prima donna presidente del Paese più potente.
La retorica dei colpi bassi sta anche da noi. Ad esempio il leghista Salvini veneredì mattina ha salutato così la notizia del trapasso di Ciampi, incrociando il luctus italiano con il suo trumpismo speculativo: «La morte è sempre una brutta notizia, di fronte alla quale si deve preghiera e cordoglio. Politicamente parlando Ciampi è uno dei traditori dell’Italia e degli italiani, come Napolitano, Prodi e Monti».
Sempre riferendosi a Ciampi il capo leghista ha aggiunto: «Si porta sulla coscienza il disastro sulle spalle di 50 milioni di italiani.
Rispetto per la morte ma politicamente, come per Napolitano, lo considero uno da processare come traditore».
Ricordo le manifestazioni leghiste contro Ciampi, alla fine del Novecento, quando i predecessori di Salvini pretendevano una moneta unica settentrionale, antagonista prima della lira e poi dell’euro. Contro l’Italia sotto il Po, del centrosud e contro l’Europa.
Nel 2006 Ciampi - di poche e sovrapposte parole - raccontò al suo imitatore Fiorello che la maestra gli diceva: «Carlo Azeglio non mangiarti le parole». La stessa maestra oggi correggerebbe Salvini: «Rimangiati le parole». Ma ci stiamo americanizzando.
Stefano Scansani
s.scansani@gazzettadireggio.it
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