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’Ndrangheta a Reggio, per la procura Mirco Salsi sapeva

di Tiziano Soresina
’Ndrangheta a Reggio, per la procura Mirco Salsi sapeva

Il testimone : «Per l’imprenditore, Sarcone è il numero uno». Ma la difesa parla di frasi mal interpretate e attacca anche Bini

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REGGIO EMILIA. Per la terza udienza consecutiva al centro del dibattimento c’è l’imprenditore reggiano Mirco Salsi e i rapporti per il recupero di un maxi credito (la famosa tangente da oltre un milione data alla bresciana Maria Rosa Gelmi, soldi poi spariti) che ebbe, tramite l’amico Marco Gibertini, con Antonio Silipo e Nicolino Sarcone che per la Dda (e la sentenza di primo grado già emessa a Bologna) sono figure di spicco della ’ndrangheta a Reggio.

La “battaglia” in aula fra accusa (il pm Marco Mescolini) e difesa (l’avvocato Noris Bucchi) viene spinta specie da quest’ultima sulla consapevolezza dell’imprenditore con chi aveva a che fare al momento dell’incarico per riottenere quella montagna di quattrini.

Sulla vicenda ieri è stato sentito il maresciallo Cristian Gandolfi – in forza ai carabinieri di Reggio – che ha indagato su queste persone nell’inchiesta Octopus sul giro milionario di fatture fasulle. E il maresciallo è lapidario: «Salsi sa benissimo chi è Silipo e che è legato a Sarcone». Poi racconta dei telefoni-citofoni usati fra loro – «Dal settembre 2012 capiamo che vengono utilizzati» – a mo’ di circuito chiuso, inoltre facendo riferimento a un’intercettazione telefonica rimarca come Salsi sapesse di avere a che fare con la criminalità organizzata, riportandone questa frase: «Sarcone (definito “Sarcosì” in un colloquio fra l’imprenditore e Gibertini) è il numero uno in provincia». Una ricostruzione che l’avvocato Bucchi contesta: «Ho letto tutte le intercettazioni – dice il difensore – e ho un’idea diversa sulla consapevolezza di Salsi». Il legale dice che Salsi non afferma ma chiede a Gibertini se Sarcone è il numero uno in provincia («Perché non sa chi è»).

Del resto l’avvocato Bucchi ha contestato – nell’udienza scorsa – anche l’affermazione netta del sindaco antimafia Enrico Bini («Per me Mirco Salsi era ben consapevole di essersi rivolto alla ’ndrangheta»), rifacendosi a quanto dichiarato dallo stesso Bini nell’interrogatorio del 20 luglio 2013, in piena inchiesta, su Salsi: «Non credo sia stato un grande ingenuo, ma uno che sapeva che si stava affidando non proprio alla ’ndrangheta, ma a persone che non avevano nulla a che fare con la legalità».

In gioco c’è l’aggravante mafiosa e il “duello” in aula sarà ancora lungo.

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