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Pecorino, ecco l’altra eccellenza a Ventasso

di Luca Tondelli
Pecorino, ecco l’altra eccellenza a Ventasso

Pubblicati i risultati dell'indagine del Conva sui produttori nel Crinale: sono pochi ma giovani

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VENTASSO (Reggio Emilia)  Una differenziazione delle produzioni agroalimentari viene considerata un traguardo importante su un territorio che per tanti anni ha vissuto quasi esclusivamente sulla produzione del Parmigiano Reggiano. L’Appennino può contare infatti su un’altra produzione che ha radici antiche e tradizionali, e che raggiunge livelli d’eccellenza: quella del formaggio pecorino.

Di recente, il Consorzio per la valorizzazione dei prodotti dell’Appennino (Conva) ha condotto una indagine conoscitiva su questa realtà che in montagna è ancora vivace e in grado anche di attrarre giovani imprenditori. Ma non manca qualche problema, come spiega il presidente del Conva, Gabriele Arlotti: «È una produzione unica e inimitabile: il pecorino dell’Appennino reggiano è un prodotto eccellente, fatto da mani esperte che lamentano però problematiche burocratiche, rigide normative sanitarie e difficoltà di accesso nelle vie di comunicazione. Ad oggi, a Reggio Emilia, sono tre le aziende, con addetti con un’età media di soli 43 anni, la metà donne, che lo producono nel rispetto del disciplinare promosso dal Conva». Le tre società sono La Maestà di Casina, La fattoria di Tobia di Villa Minozzo, e la Valle dei Cavalieri di Succiso.

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«Fare questo formaggio, le cui origini risalgono a prima dell’anno Mille, oggi è molto faticoso - spiegano gli stessi produttori - Le risorse sono poche ma resistiamo per il nostro attaccamento all’Appennino e la sostenibilità di un processo rurale».

La prima indagine conoscitiva sulla produzione di pecorino dell’Appennino Reggiano, promossa nei mesi scorsi dal Conva, scatta una fotografia su questa tipica produzione di montagna, a sedici anni dalla prima attività di recupero sul prodotto, all’epoca finanziata da Provincia e Gal Appennino, in collaborazione con l’Università di Bologna. A oggi nessuna risorsa è dedicata in specifico alla tutela e promozione di questo prodotto, che è inserito dal 1999 nell’elenco dei prodotti agroalimentari tradizionali della Regione, è presente nella Guida Touring del Parco nazionale e ha molte richieste che esauriscono la produzione che deriva da oltre 700 quintali annui di latte ovino trasformato.

«Tra i dati interessanti - spiega Arlotti - emerge la giovane età e il sesso dei titolari o operati delle tre società agricole che, nel complesso, allevano 650 capi, oltre un terzo delle pecore da latte presenti sul territorio. L’età media è di appena 43 anni rispetto ad una media nazionale molto più alta, mentre le donne sono la metà. Si segnala un caso, quello di Tobia Zagnoli, che ha rinunciato a un comodo lavoro da architetto pur di fare il lavoro sognato da una vita. Certo, stiamo parlando di un manipolo di produttori, una decina, che, oltre a chi fa il formaggio per consumo familiare, lo produce in un apposito laboratorio autorizzato. Eppure, è grazie a loro se oggi è possibile trovare sul mercato questo formaggio fatto solo latte di pecore Sarde e Lacaune, con sale, fermenti naturali, caglio». Tra le problematicità rilevate dal produrre in Appennino tutte le aziende denunciano la rigidità delle normative sanitarie, quindi la burocrazia, la viabilità e, solo in ultimo, l’elevato costo delle materie prime.

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