Intanto il Touring Club dedica sei pagine alla storica rupe
CANOSSA. La definizione “Andare a Canossa” – intesa come umiliarsi e chiedere perdono – è così profondamente radicata che viene usata in una trentina di idiomi. Ma può essere utilizzata anche solo...
CANOSSA. La definizione “Andare a Canossa” – intesa come umiliarsi e chiedere perdono – è così profondamente radicata che viene usata in una trentina di idiomi. Ma può essere utilizzata anche solo per suggerire una mèta che merita senza dubbio una visita. E’ ciò che ha fatto il mensile del Touring Club Italiano, che questo mese ha idealmente portato in viaggio i suoi lettori in Emilia arrivando proprio “A Canossa con Matilde”, dove ha intervistato il “castellano” Mario Bernabei e descritto la rupe, i resti del castello e i luoghi più simbolici dei dintorni. Touring di settembre dedica infatti ben sei pagine alla storia che ha segnato quelle contrade ed alle modalità migliori per andare a conoscere l’arte canusina, che si può scoprire anche in bicicletta. Ricorda che da generazioni si spalma sull’Appennino tosco-emiliano tra castelli diroccati e piccoli borghi che disegnano quello che mille anni fa era il regno della potente grancontessa viceregina d’Italia.
Il periodico riporta innanzi tutto l’episodio divenuto proverbiale, ricordando che nel gennaio dell’anno 1077 si presentò sotto le mura di Canossa l’imperatore Enrico IV in abito penitente implorando il perdono di Papa Gregorio VII che era ospite di Matilde e che lo aveva scomunicato. Dovette attendere tre giorni e tre notti scalzo e nella neve prima di essere ricevuto. Facile immaginare con quale spirito visse quelle ore; ancora oggi il maniero incute un certo timore, appollaiato com’è su uno sperone di roccia a strapiombo sulla vallata. Una volta in vetta lo spettacolo è però straordinario, abbraccia dei calanchi (la leggenda dice creati dal diavolo) e si stende sino alla lontana pianura padana.
Il servizio giornalistico, firmato da Simona Daviddi e arricchito dalle immagini di Paolo Simoncelli, coinvolge anche Stefano Dallari, creatore del vicino villaggio tibetano, e si sofferma sui borghi del circondario, sul sentiero che sale verso l’Appennino partendo da Mantova e lo scavalca per approdare a Lucca, soffermandosi a Montecchio e a Costaferrata. Un tracciato destinato a diventare “La via matildica del volto santo”. Non mancano preziose indicazioni sui luoghi in cui sostare per dormire e soprattutto per mangiare, perché questa è la patria dei tortelli e dei cappelletti, del buon vino, della cordialità. (l.v.)
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