Pacchetto turistico? No, pacco del tributo
Turismo a Reggio Emilia: l'assessore Natalia Maramotti non risolve il problema ma propone una nuova tassa
REGGIO EMILIA. Non ci siamo capiti. Oppure l’assessora Maramotti evita il problema e parla d’altro. Cioè, all’urgenza di un pacchetto turistico l’amministratrice risponde con la minaccia del pacchetto del tributo: la tassa di soggiorno.
Eppure nel mio editoriale di domenica il concetto era stato abbastanza chiaro, “Reggio città turistica. Sindaco, faccia un’acrobazia”. Avevo scritto che la città per essere attrattiva deve proporre occasioni culturali creative, paesaggistiche, enogastronomiche, tour e laboratori del gusto. Avevo immaginato un gruppo di lavoro capace di elaborare pacchetti allettanti, costituito da rappresentanze e specialisti trasversali (non solo di funzionariato comunale). Avevo suggerito che bisogna partire con la valorizzazione e promozione di quello che siamo e abbiamo: dai cartellini di spiegazione sotto dipinti e statue agli orari ora improponibili dei musei, dal collegamento tra la Mediopadana, la città e il territorio.
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L’assessora al commercio e attività produttive, turismo, sicurezza, legalità e pari opportunità, invece che fa? Rileggete la Gazzetta di ieri. La Maramotti propone un esame diagnostico della sensibilità indigena: «I reggiani non credono che la città sia turistica». Affermare una cosa del genere - anche se crudelmente vera - vuol dire lavare politicamente l’anima collettiva. Pare di intendere che se questa vocazione non è mai esistita e non c’è, è ben difficile per un amministratore costruire turismo. Alibi storico. E ancora: se l’amministratore non ce la fa a costruire turismo... non è colpa sua. Dunque fa bene l’assessora a rispondere a quei reggiani che le domandano «La città cos’ha di interessante?», con questa formula: «Reggio ha bellezze artistiche e molto da raccontare». Ma sarebbe più opportuno che la Maramotti rispondesse: «Reggio ha bellezze artistiche e il Comune ha molto, molto da fare».
Oltre a schivare il dibattito deviando il problema, la Maramotti nell’evocare la tassa di soggiorno deprime ulteriormente le aspettative di operatori e visitatori. Perché la Reggio che non fa rima con turismo ha bisogno più di cultura che di risorse economiche per finanziare progetti. Ha bisogno di una classe politica e di amministratori con fortissime ambizioni, occhi aperti sul patrimonio, idee anche geniali sull’esistente (che è lì che aspetta). E qui inchiodo il secondo concetto espresso ieri dalla Maramotti e lunedì dal sindaco Vecchi nella sua lettera di risposta al mio editoriale. Hanno detto che la politica turistica nascente reggiana deve basarsi sull’innovazione. Mentre io - dalla mia postazione dalla quale si osserva e scrive - insisto sull’esistente.
La differenza fra innovazione ed esistente è semplice, ed è nella testa del turista, del potenziale turista che in una città come la nostra cerca innanzi tutto le chiavi dell’appartenenza e gli elementi dell’identità: realtà urbana, architettura, patrimonio d’arte, cibo, vino, tradizioni. Su questa base ben organizzata e promossa si può impiantare la proposta dell’innovazione che immagino possa essere rappresentata da Reggio Children, dalla chimera ritornellante del Tecnopolo (ci accompagnerà per il secolo), dalle architetture contemporanee che però intorno non hanno una tessitura.
Dico al sindaco e all’assessora che un Guercino nel santuario della Ghiara senza cartellino (chi è? Risponde il sagrista, se c'è!) è un insulto, piuttosto che un tour mancato sui tre ponti di Calatrava. Per primi contano l’ordine e il decoro in città, il rispetto basilare delle norme dell’ospitalità che vanno a farsi friggere con i musei chiusi di pomeriggio. Così non si avranno mai e poi mai presenze turistiche che superano le ventiquattro ore, precisamente 1,95 giorni, perché appunto Reggio vale forse una giornata.
Questo non è giusto, tutto ciò è insopportabile, e l’innovazione sguainata dagli amministratori è un abbaglio rispetto alle piccole grandi cose da fare, fare e basta. Perché l’esistente c’è, l’innovazione deve venire. Per cominciare mettete i cartellini sotto le opere d’arte e aprite questi benedetti musei in orari europei. Una città che ha coscienza del proprio patrimonio lo chiama per nome e lo presenta.
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