Gazzetta di Reggio

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Quando in piazza Grande si beveva l’acqua d’orcio

di Adriano Arati
Quando in piazza Grande si beveva l’acqua d’orcio

Reggio Emilia: la bibita a base di liquirizia pura era venduta in piazza Prampolini, dopo 36 anni domenica si potrà gustare alle Cucine del Popolo

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REGGIO EMILIA. La bevanda più amata di un tempo, quella di cui si sono perse le tracce. Per generazioni di reggiani, la bibita più rinfrescante da gustarsi in città era l’acqua d’orcio di piazza Grande, quella venduta nei chioschetti della piazza maggiore cittadina, oggi piazza Prampolini.

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Una bevanda che verrà omaggiata domenica a Massenzatico, durante l’edizione 2016 del convegno delle Cucine del Popolo. (Per avere più notizie sulla degustazione dell'acqua d'orcio e scoprire il programma completo della manifestazione, cliccare QUI).

Per la prima volta dalla chiusura dei banchetti in piazza, avvenuta nel 1980, si potrà tornare a bere l’acqua d’orcio realizzata con le indicazioni della famiglia Piolanti, titolare dei chioschi cittadini per 80 anni. Il tutto grazie al custode delle indicazioni, Luigi Rigazzi, sposato con una Piolanti. L’acqua d’orcio è una bevanda dal nome ingannatore, perché l’orzo c’entra molto poco: «Piuttosto si è portati a pensare che la denominazione acqua dòrz sia una corruzione avvenuta nel tempo del termine “orcio”, perché questa bevanda veniva trasportata e tenuta al fresco negli orci», racconta proprio Rigazzi. La base della ricetta è il sugo di liquirizia, frutto della bollitura in un paiolo di rame di pani di liquirizia pura e di quella in stecche di legno. Lo sciroppo ricavato, “e sug”, veniva poi portato in piazza nei secchi di lamiera smaltata perché si raffreddasse nei banchi frigo. Come si beveva? Il barista prendeva “e sug” con una cuccuma, lo allungava con l’acqua e – a richiesta – lo correggeva con menta, limone o citrato. Il risultato era un bicchiere della freschissima acqua d’òrz.

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La sua storia è antichissima, bevande equivalenti venivano preparate quasi 4mila anni fa in medio Oriente, in Egitto come a Babilonia, e le bibite erano rinomate per le qualità curative. All’epoca la base non era la liquirizia, ma un’altra miscela in cui forse veniva usato pure l’orzo. Nel 1400, poi, la “globalizzazione”: i monaci benedettini importano la liquirizia dalla Cina, dove è usata da millenni per scopi terapeutici.

Le prime notizie reggiane risalgono al 1412, ad un editto del governatore della città Ippolito Malaguzzi, nonno di Ludovico Ariosto. Malaguzzi autorizzava la vendita “dentro le mura” sulla piazza Maggiore dell’Acqua d’orcio, probabilmente giunta a Reggio dalla Toscana: secondo Giorgio Maioli è stata introdotta dai commercianti reggiani che valicavano gli Appennini per i loro commerci. La storia recente è ben più definita. Nel 1910 la famiglia Piolanti rileva il primo chiosco, quello ottagonale entrato nella leggenda, affiancandolo poi ad altri tre banchetti simili sul bordo della piazza, di fronte alla statua del Crostolo.

«Era un’attività che la nonna di mia moglie – rivela Rigazzi – sin dagli anni settanta dell’Ottocento aveva appreso da bambina collaborando con una signora che aveva un banchetto all’altezza della galleria del Broletto». Gli aneddoti non mancano: «La famiglia di mia moglie si riforniva abitualmente di pani di liquirizia pura da un grossista di Catania. Un giorno il fornitore volle capire chi era che comprava da anni una quantità industriale di liquirizia pura, degna di una ditta farmaceutica o di un laboratorio di trasformazione. Presentatosi a casa di mia moglie, rimase veramente sorpreso e meravigliato quando apprese che serviva per fare il “sùg”, lo sciroppo per l’Acqua d’orcio».

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L’acqua d’orcio originale potrà essere gustata domenica a Massenzatico. Ma chi volesse provarne una frizzante variante può chiederla nella Gelateria Fiesta di piazza San Prospero. A salvare la bevanda dall’oblio è stata Irina Koszlova, una siberiana sposata a un reggiano che di Reggio ama tutto, soprattutto le tradizioni.

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