Voleva uccidere il padre: 5 anni di carcere
Reggio Emilia: pena patteggiata per Abdelkarim Chaoub, che nell’aprile scorso prese a martellate il genitore alla mensa del vescovo
REGGIO EMILIA. È finita con un patteggiamento a cinque anni di carcere la vicenda di sangue che vedeva imputato Abdelkarim Chaoub, il marocchino 30enne che nell’aprile scorso, verso le 10 del mattino, aveva preso a martellate il padre nella mensa del vescovo, scatenando il panico nel cuore del centro storico di Reggio.
Il ragazzo voleva uccidere il padre, fatto che lui stesso aveva confessato agli investigatori della questura dopo il terribile gesto. Ieri il giudice per l’udienza preliminare Giovanni Ghini, ha emesso la sentenza nei confronti del 30enne, detenuto nel carcere di Reggio Emilia. La pesante accusa era di tentato omicidio premeditato pluriaggravato. Il patteggiamento ha permesso una riduzione della pena, come richiesto dall’avvocato Maria Teresa Cavalca, legale dell’imputato.
Il sanguinoso episodio è avvenuto il 5 aprile scorso. Il ragazzo che va appositamente a cercarlo alla mensa del vescovo, dietro a piazza San Prospero, conscio del fatto che il padre si trova lì. Come nulla fosse il figlio si mette in fila: dopo qualche minuto accede alla sala refettorio e infine, sotto gli occhi sbarrati dei presenti, tira fuori il martello a cui aveva tagliato il manico proprio per riuscire a nasconderlo sotto la giacca. Una successione messa in fila dallo stesso protagonista una volta interrogato.
Il 30enne era risultato incensurato, dimorante in Italia da diversi anni. Agli investigatori aveva detto senza peli sulla lingua «Volevo uccidere mio padre». Da lì è scattata l’accusa per tentato omicidio anche perché non aveva con sé solo il martello. Dentro la giacca celava anche un coltello da cucina che non ha utilizzato.
Nonostante i colpi inferti, il padre non è fortunatamente morto ma ha riportato ferite profonde dalle quali è uscito molto sangue, come rilevato dagli agenti della scientifica giunti nella mensa dopo l’aggressione e l’arrivo delle volanti. Erano stati proprio gli agenti della questura, dopo il fermo, ad avvertire l’aggressore che il padre era ancora vivo.
Il ragazzo se ne era andato, infatti, convinto che il padre fosse morto, fermo com’era nella grande pozza di sangue che aveva fatto temere il peggio anche ai volontari rimasti basiti per la violenza della quale erano stati loro malgrado testimoni.
L’uomo gravemente ferito era stato colpito sia con la parte piatta del martello che con quella più appuntita. Colpi che gli hanno provocato fratture al cranio ma anche alla mandibola, forse anche quando l’uomo era già a terra, inerme. Per i medici dell’ospedale che avevano curato il 62enne, quei colpi lo avrebbero potuto uccidere. L’aggressore aveva raccontato che quel padre si comportava come un padre padrone nei confronti dell’intera famiglia, composta dalla madre e dai sette figli in tutto, cinque maschi e due femmine. Episodi di violenza sorti anche per le precarie condizioni di vita dopo che il genitore aveva abbandonato il lavoro che aveva dopo molti anni. Una versione offerta solo dal figlio, condannato ieri dopo l’accordo sul patteggiamento a 5 anni e un’ammenda di 800 euro. (e.l.t.)
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