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La stazione e i ponti, i simboli del turismo in fuga da Reggio Emilia

Evaristo Sparvieri
La stazione e i ponti, i simboli del turismo in fuga da Reggio Emilia

Una città che si vuole contemporanea ma dimentica se stessa, affida la sua identità a opere che si consumano nel passaggio

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REGGIO EMILIA. I tre ponti e una stazione Av. La cifra della Reggio Emilia che si vuole contemporanea, in fondo, si identifica con luoghi di passaggio. Quasi inconsciamente. Roba che Freud potrebbe scriverci sopra un trattato: il turismo di massa e la caducità di un istante. Soprattutto per noi, cantava Battiato, che siamo solo di passaggio. Turisti a Reggio in cerca di decantati monumenti dell’innovazione, ancora in divenire. O più semplicemente di bar e ristoranti aperti la domenica.

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Lo scrittore Paolo Nori lo scrisse in maniera talmente chiara da risultare quasi indigesta: «... Mi è venuto in mente un mio amico di Reggio Emilia che dice che la funzione dei monumenti di Calatrava che ci sono sull'autostrada è che uno che passa di lì, sull'autostrada, quando arriva all'altezza dei monumenti di Calatrava pensa “Ma guarda, siam già quasi arrivati a Parma”».

L’asserzione è vera solo a metà, in una prospettiva Parma-centrica come punto di arrivo. In una prospettiva inversa, ad esempio, il ponte sull’Autosole può evocare anche la Ghirlandina. Oppure la Ferrari. O infine Pavarotti. Arrivando quasi fino alle torri bolognesi, per poi svoltare nella Ferrara delle valli e del Castello. Luoghi dove i turisti non mancano.

È questo quel gran pezzo dell’Emilia che giustamente il sindaco Vecchi ha evocato, citando l’intelligenza del compianto Edmondo Berselli per marcare la distanza con la turistica Romagna. Ma c’è un ma, che Vecchi sembra trascurare.

E si insinua proprio qui, tra la Parma dei libri di storia dell’arte, del Parmigianino, del Parmigiano che si chiama anche Reggiano, e la Modena pavarottiana, cuore pulsante della Motor Valley che produce un aceto assai più noto del nostro. Reggio, dove si colloca? Schiacciata tra ducati di confine, offre il meglio di sé in una prospettiva di fuga. Ah, l’inconscio...

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Tre ponti e una stazione, i gioielli di Calatrava. Luoghi di transito, dove più che il soggiorno con relativa imposta, per rilanciare il turismo sarebbe quasi più funzionale un pedaggio. Un paradosso. Partiamo dalla stazione. Non solo metaforicamente. La sfida del turismo Av, in questo senso, è immane. L’assunto iniziale è quasi filosofico: le stazioni, nelle categorie di Marc Augè, sono non-luoghi. Ma la pretesa è trasformarla in luogo simbolo. Una scommessa che si scardina già negli elementi essenziali di una stazione, dove si viene e si va, dice il reggiano Luciano Ligabue. E comunque niente come un binario Av sembra più distante da un bel salotto cittadino. Tantomeno dal concetto di soggiorno.

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E i ponti? Metaforicamente uniscono due punti. Sì, ma quali? I ponti qui sono addirittura tre, fino a rifrangere lo stesso concetto di collegamento in una prospettiva centrifuga che aliena i possibili baricentri. Traducendo: quei ponti non collegano nulla, se non delle strade di transito. Non uniscono la tradizione al presente. O al futuro. Né la provincia turistica, che della tradizione è custode (e che vanta gioielli come la Pietra, Guareschi, Antonio Ligabue, Zavattini per trascurare il resto) alla città capoluogo, che si vuole per sua stessa ammissione con vocazione contemporanea.

Già, la contemporaneità. È quella che dovrebbe rappresentare la sparuta presenza qua e là di qualche Fabro, LeWitt, Morris. Una strada intrapresa soprattutto dalla scorsa amministrazione, ora lasciata a languire. Prendete il Mazinga di Gerra o il “secchio” di via Roma. Piacciano o meno, sono contemporanei. E una città che si vuole davvero tale dovrebbe moltiplicare all’infinito installazioni di tal fatta. Così non è, nella realtà. E allora della contemporaneità Reggio Emilia sembra esprimere solo un aspetto: l’incompiutezza.

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Un turismo incompiuto, che in una dinamica spazio temporale non può che essere transitorio. Di passaggio, come sui ponti, come in stazione, ad alta velocità come la piccola media di 1,95 notti trascorse dai turisti.

Incompiutezza e transitorietà. Sono gli stessi concetti che sembrano calzare a pennello per una definizione del turismo cittadino. Che città vogliamo essere, chiedono in tanti? Che città vogliamo diventare? Le risposte, forse sono già sotto gli occhi di tutti. Ma mancano cartelli e indicazioni, come nei musei e nelle chiese cittadine. Perdendo quindi ogni ipotesi di direzione sul dove andare.

Un esempio: Reggio città del Tricolore? Sì, ammesso che il drappo non resti solo chiuso in una teca, in attesa di un’aspirapolvere. Personalmente, la città dov’è nata la bandiera io la immagino e la vorrei sempre zeppa di Tricolori. Ad ogni angolo, ad ogni finestra, valorizzando il tratto più identitario della reggianità. Persino su ogni bidone dei rifiuti, se necessario per ragioni di marketing territoriale. Magari – ancora un paradosso – anche sui camion Iren, utilizzati tra l’altro per chiudere esteticamente piazza Prampolini quando qualche turista straniero è venuto in città... (ok è vero, in quella circostanza, erano i temutissimi ultras della Stella Rossa).

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Reggio città del Tricolore ora è invece poco più che uno slogan ad uso e consumo delle scolaresche in gita. O del ministro di turno che marcia in centro per la festa del 7 gennaio. Una volta all’anno, però, non di più. Reggio città bandiera, io la visiterei. Tutto l’anno. A maggior ragione nel 2017, quando si celebreranno i 220 anni dalla sua nascita. E allora sì che i ponti e la stazione potrebbero diventare davvero dei non-luoghi simbolo. Di arrivo, per un soggiorno stuzzicante. Fra tradizione, presente e futuro, al quale sarebbe opportuno non farsi trovare impreparati, come con l’Ariosto.

Magari – la butto là – un soggiorno sulla storia che ha portato alla nascita della nostra bandiera. O sulla sua difesa “partigiana”. O sulla sua attuale contemporaneità. Perché le attrazioni non si trovano solo sui libri di storia dell’arte. A volte bastano anche solo i libri di Storia, che Reggio custodisce fin troppo gelosamente. Come le ricette di eccellenze gastronomiche da non diffondere e sponsorizzare troppo oltre confine.

Sempre ammesso, poi, che i reggiani vogliano davvero la loro città invasa di turisti. Anche qui, chiudendo il cerchio, roba da inconscio e psicanalisi collettiva.

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