Gazzetta di Reggio

Reggio

«Aemilia, non testimonio perchè temo per la mia vita»

di Ambra Prati
«Aemilia, non testimonio perchè temo per la mia vita»

Reggiano che subì estorsioni si nasconde negli Stati Uniti, il pm chiede di acquisire le dichiarazioni agli atti: inammissibile

2 MINUTI DI LETTURA





REGGIO EMILIA. Maxi processo contro la ’ndrangheta Aemilia: un altro testimone che sparisce nel nulla e fugge oltre oceano per la paura perché, come ha riferito via telefono ai carabinieri, «temo per la mia vita».

Un’altra parte lesa che va a ingrossare le fila di chi ha preferito non comparire contro i suoi aguzzini, il che senza dubbio alleggerisce la posizione di alcuni imputati.

Tra i testimoni che dovevano comparire ieri in aula c’era un reggiano, che avrebbe dovuto riferire su diversi episodi di estorsione risalenti all’aprile-maggio 2010. In quell’epoca il giovane imprenditore, in difficoltà economiche, commise l’errore di rivolgersi ai cutresi per prestiti in denaro: e cominciò così a essere “spremuto” da diversi soggetti, che secondo l’accusa lo posero in uno stato di soggezione. Salvatore Sestito e Carmine Belfiore, per un prestito di 5mila euro (maggiorato di un tasso usurario pari al 20% mensile) lo costrinsero a consegnare l’auto – una Honda Civic –, promettendo di restituirla solo quando lui avrebbe corrisposto 7mila euro, più altri 1.500 euro.

Francesco Lomonaco e Francesco Di Via gli chiesero, sul presupposto di un debito in realtà insussistente, tre assegni bancari da 14.500 euro, facendogli presagire ripercussioni fisiche: «In caso contrario, vengo da te». Infine Salvatore Silipo e Alfonso Mendicino “sequestrarono” al giovane oggetti in oro, a garanzia di un prestito di 2.500 euro in realtà mai concesso.

Se questi sono i diversi episodi agli atti, ieri durante l’udienza ha testimoniato un maresciallo, che ha riferito come il 4 ottobre scorso i carabinieri si siano recati a casa del giovane per notificargli l’atto di comparizione. La madre ha risposto di essere al corrente della vicenda e che il figlio, prima nascostosi a Riccione poi cameriere negli Usa, non ha intenzione di tornare. In seguito i carabinieri hanno cercato di contattarlo, riuscendoci tramite il suo avvocato: al telefono dall’America, il reggiano ha confermato di essere fuggito all’estero perché teme per la propria incolumità. Ma quella telefonata non è stata registrata; e, quando il pm Marco Mescolini ha chiesto di poter acquisire agli atti le precedenti dichiarazioni del testimone nonché le affermazioni della madre, gli avvocati difensori (Giuseppe Ranieri Migale per Sestito e Carmen Pisanello per Belfiore) si sono opposti, rimarcando di aver scelto il rito ordinario proprio per controinterrogare il teste. Il collegio presieduto dal dottor Caruso, dopo una breve camera di consiglio, ha dato ragione alle difese e ha respinto la richiesta del pm: l’imprenditore deve presenziare in udienza ed essere ascoltato personalmente.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google